Un articolo di Paolo Borioni (storico scandinavista) e Roberto Romano (economista) su l’Unità  del 14 gennaio 2014

Fortunatamente la politica riprende il tema del lavoro e, più precisamente, la possibilità  di creare nuovo lavoro. Il tema costringe a riflettere sulle politiche industriali, lo stato sociale e il funzionamento della macchina pubblica.  Forse c’è una maggiore consapevolezza della crisi economica e occupazionale. Non siamo sicuri che Renzi valorizzi Keynes quanto si deve, ma in qualche modo solleva una questione non nuova, analogamente a quanto faceva il grande economista britannico: “il volume dell’occupazione”¦dipende dall’ammontare del ricavo che gli imprenditori prevedono di ottenere dalla produzione corrispondente; infatti, gli imprenditori cercheranno di fissare il volume dell’occupazione a quel livello che renda massima”¦.. l’eccedenza del ricavo sul costo dei fattori” (Keynes).

Quindi la creazione di nuova domanda di lavoro non è l’aumento dei consumi o degli investimenti, piuttosto la capacità  di portare avanti con successo una redistribuzione settoriale dell’occupazione da settori in declino verso settori in espansione, con una crescita del profilo tecnologico, del lavoro e della tecnica, rendendo virtuosa la crescita nel lungo periodo. Sostanzialmente il lavoro non è dato una volta per sempre. Solo con le policy industriali, ricerca, formazione e stato sociale all’altezza sarà  possibile coniugare crescita, lavoro, sicurezza, diritti e ben-essere.

Accettando questo modello, si deve convenire sulla necessità  di qualificare le politiche del lavoro dal lato della domanda, mentre dal lato dell’offerta più di tanto non si può ottenere.

Il modello danese è un modello nella misura in cui coniuga sviluppo economico, alta tecnologia e politica industriale. Diversamente non è un modello! Si veda Filippo Taddei su l’Espresso. Nei modelli nordici il centro della questione non è il regime giuslavoristico ma la domanda di lavoro e di quale lavoro. E’ un grave problema che in Italia molti insistano sui regimi giuslavoristici come risolutivi, e per farne passare versioni più flessibili si richiamino in modo errato agli incolpevoli scandinavi. La flexicurity danese degli anni ’90 si fonda su una decisione del ministro socialdemocratico Lykketoft di “non arretrare da un’economia di alti salari. Noi vogliamo adeguare le competenze agli alti salari”. La flessibilità, quindi, non era la svalutazione dei salari, ma ribadirli assieme a indennità  di disoccupazione ad alti tassi di sostituzione del reddito. L’effetto è quello di coniugare politica industriale e formativa; si crea una formazione e una domanda di lavoro e competenze che, promuovendo competitività  e vivacità  di domanda, funziona sia con la flessibilità  danese, sia con i regimi giuslavoristici “simil articolo 18″ di Finlandia/Svezia.

Per questo, non casualmente, i paesi nordici hanno moltiplicato gli investimenti in politiche attive del lavoro e in ricerca e sviluppo sul Pil negli ultimi 30 anni. Oggi questi si aggirano intorno al 3-4% del Pil. In Italia siamo lontani. Ciò che ancora più conta è la completezza delle politiche industriali: gli investimenti in ricerca e politiche attive promuovono una alta intensità  di questa ricerca e sviluppo sugli investimenti. La Finlandia ha l’80% della spesa in ricerca sulla spesa totale degli investimenti delle imprese. La Danimarca si aggira intorno al 60%. Persino la Germania è lontana da questo: un pur ottimo 40%. Il problema è che l’Italia era la 10% nel 1987 ed è rimasta inchiodata a quei livelli. Se tutto rimane così anche il più virtuoso dei regimi giuslavoristici servirà  a poco, compreso il job act.

L’Italia, se non vuole diventare subfornitore (con bassi salari) della Germania, deve prima di tutto (ri)avviare un percorso simile ai nordici. Occorre gradualità, ma anche la decisione feroce di reperire ogni anno risorse aggiuntive per politiche attive e l’industrializzazione della ricerca, accordandosi anche con Confindustria per reperire insieme risorse dall’evasione (competizione di basso livello) e impiegarle nella competitività  di sistema (competizione elevata). Intrapresa questa dinamica di struttura, la cassa integrazione non è un welfare adatto a mutamenti come questo: essa non è utile ad anticipare i mutamenti pianificati, ma solo a seguire passivamente le crisi inattese. Insomma un mero “ammortizzatore passivo”. O almeno così è stato perlopiù utilizzato fino ad oggi. Non c’è ragione di farne una trincea, a patto però di muoversi costruendo un nuovo modo di fare produzione e domandare lavoro.

Redazione
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