ventotene2di Eugenio Colorni, Ernesto Rossi, Altiero Spinelli.

Quando nell’estate del 1941 fu redatto tra confinati antifascisti il documento che fu chiamato Manifesto di Ventotene , l’idea di una Federazione europea circolava in Europa da più di un secolo, almeno da quando Saint-Simon e Augustin Thierry avevano pubblicato nell’ottobre del 1814 lo straordinario libretto, sulla Riorganizzazione della società  europea , contenente il primo audace progetto di una società  sopranazionale, che, pur non avendo ancora i caratteri di uno stato federale nel senso rigoroso della parola, andava ben al di là  del sistema confederale di stati cui si era fermato vent’anni prima Emanuele Kant. Una volta formulata, questa idea era destinata a ricomparire con maggiore o minore forza nei più gravi momenti di crisi rivoluzionaria e guerresca: nel 1848, nel 1866-67, dopo la prima guerra mondiale. Diventò una delle componenti essenziali del pensiero politico radicale di matrice sia economica-liberale sia democratica. Ma nonostante le numerose pubblicazioni con cui fu illustrata, nonostante i vari progetti cui diede luogo, nonostante le dichiarazioni con cui fu in varie e solenni occasioni celebrata, questa idea non si era mai trasformata in un vero e proprio movimento politico.  Il Manifesto di Ventotene segna in questo senso una svolta, giacché esso intende essere non soltanto una dichiarazione di principio ma un programma di azione.

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I presenti scritti sono stati concepiti e redatti nell’isola di Ventotene, negli anni 1941 e 1942. In quell’ambiente d’eccezione, fra le maglie di una rigidissima disciplina, attraverso un’informazione che con mille accorgimenti si cercava di rendere il più possibile completa, nella tristezza dell’inerzia forzata e nell’ansia della prossima liberazione, andava maturando in alcune menti un processo di ripensamento di tutti i problemi che avevano costituito il motivo stesso dell’azione compiuta e dell’atteggiamento preso nella lotta.  La lontananza dalla vita politica concreta permetteva uno sguardo più distaccato, e consigliava di rivedere le posizioni tradizionali, ricercando i motivi degli insuccessi passati non tanto in errori tecnici di tattica parlamentare o rivoluzionaria, od in una generica «immaturità » della situazione, quanto in insufficienze dell’impostazione generale, e nell’aver impegnato la lotta lungo le consuete linee di frattura, con troppa scarsa attenzione al nuovo che veniva modificando la realtà.  Preparandosi a combattere con efficienza la grande battaglia che si profilava per il prossimo avvenire, si sentiva il bisogno non semplicemente di correggere gli errori del passato, ma di rienunciare i termini dei problemi politici con mente sgombra da preconcetti dottrinari o da miti di partito Fu così che si fece strada, nella mente di alcuni, l’idea centrale che la contraddizione essenziale, responsabile delle crisi, delle guerre, delle miserie e degli sfruttamenti che travagliano la nostra società, è l’esistenza di stati sovrani, geograficamente, economicamente, militarmente individuati, consideranti gli altri stati come concorrenti e potenziali nemici, viventi gli uni rispetto agli altri in una situazione di perpetuo bellum omnium contra omnes.

I motivi per cui questa idea, di per sé non nuova, assume un aspetto di novità nelle condizioni e nell’occasione in cui veniva pensata, sono vari:

1) anzitutto, la soluzione internazionalista, che figura nel programma di tutti i partiti politici progressisti, viene da essi considerata, in un certo senso, come una conseguenza necessaria e quasi automatica del raggiungimento dei fini che ciascuno di essi si propone. I democratici ritengono che l’instaurazione, nell’ambito di ciascun paese, del regime da essi propugnato, condurrebbe sicuramente alla formazione di quella coscienza unitaria che, superando le frontiere nel campo culturale e morale, costituirebbe la premessa che essi ritengono indispensabile ad una libera unione di popoli anche nel campo politico ed economico. E i socialisti, dal canto loro, pensano che l’instaurazione di regimi di dittatura del proletariato nei vari stati, condurrebbe di per sé ad uno stato internazionale collettivista. Ora, una analisi del concetto moderno di stato e  dell’insieme di interessi e di sentimenti che ad esso sono legati, mostra chiaramente che, benché le analogie di regime interno possano facilitare i rapporti di amicizia e di collaborazione fra stato e stato, non è affatto detto che portino automaticamente e neppure progressivamente alla unificazione, finché esistano interessi e sentimenti collettivi legati al mantenimento di una unità  chiusa all’interno delle frontiere.

Sappiamo per esperienza che sentimenti sciovinistici ed interessi protezionistici possono facilmente condurre all’urto e alla concorrenza anche tra due democrazie; e non è detto che uno stato socialista ricco debba necessariamente accettare di mettere in comune le proprie risorse con un altro stato socialista molto più povero, per il solo fatto che in esso vige un regime interno analogo al proprio.  L’abolizione delle frontiere politiche ed economiche fra stato e stato non discende dunque necessariamente dall’instaurazione contemporanea di un dato regime interno in ciascun stato; ma è un problema a sé stante, che va aggredito con mezzi propri e ad esso attagliantisi. Non si può essere socialisti, è vero, senza essere insieme internazionalisti; ma ciò per un legame ideologico, più che per una necessità  politica ed economica; e dalla vittoria socialista nei singoli stati non discende necessariamente lo stato internazionale.

2) Ciò che spingeva inoltre ad accentuare in modo autonomo la tesi federalista, era il fatto che i partiti politiciesistenti, legati ad un passato di lotte combattute nell’ambito di ciascuna nazione, sono avvezzi, per consuetudine e per tradizione, a porsi tutti i problemi partendo dal tacito presupposto dell’esistenza dello stato nazionale, ed a considerare i problemi dell’ordinamento internazionale come questioni di «politica estera», da risolversi mediante azioni diplomatiche e accordi fra i vari governi. Questo atteggiamento è in parte causa, in parte conseguenza di quello prima accennato, secondo cui, una volta afferrate le redini di comando nel proprio paese, l’accordo e l’unione con regimi affini in altri paesi è cosa che viene da sé, senza bisogno di dar luogo ad una lotta politica a ciò espressamente dedicata.

Negli autori dei presenti scritti si era invece radicata la convinzione che chi voglia proporsi il problema dell’ordinamento internazionale come quello  centrale dell’attuale epoca storica, e consideri la soluzione di esso come la premessa necessaria per la soluzione di tutti i problemi istituzionali, economici, sociali che si impongono alla nostra società, debba di necessità  considerare da questo punto di vista tutte le questioni riguardanti i contrasti politici interni e l’atteggiamento di ciascun partito, anche riguardo alla tattica e alla strategia nella lotta quotidiana. Tutti i problemi, da quello delle libertà  costituzionali a quello della lotta di classe, da quello della pianificazione a quello della presa del potere e dell’uso di esso, ricevono una nuova luce se vengono posti partendo dalla premessa che la prima meta da raggiungere è quella di un ordinamento unitario nel campo internazionale.

La stessa manovra politica, l’appoggiarsi all’una o all’altra delle forze in gioco, l’accentuare l’una o l’altra parole d’ordine, assume aspetti ben diversi, a seconda che si consideri come scopo essenziale la presa del potere e l’attuazione di determinate riforme nell’ambito di ciascun singolo stato, oppure la creazione delle premesse economiche, politiche, morali per la instaurazione di un ordinamento federale che abbracci tutto il continente.

3) Un altro motivo ancora – e forse il più importante – era costituito dal fatto che l’ideale di una federazione europea, preludio di una federazione mondiale, mentre poteva apparire lontana utopia ancora qualche anno fa, si presenta oggi, alla fine di questa guerra, come una meta raggiungibile e quasi a portata di mano. Nel totale rimescolamento di popoli che questo conflitto ha provocato in tutti i paesi soggetti all’occupazione tedesca, nella necessità  di ricostituire su basi nuove una economia quasi totalmente distrutta, e di rimettere sul tappeto tutti i problemi riguardanti i confini politici, le barriere doganali, le minoranze etniche, ecc.; nel carattere stesso di questa guerra, in cui l’elemento nazionale è stato così spesso sopravanzato dall’elemento ideologico, in cui si sono visti piccoli e medi stati rinunziare a gran parte della loro sovranità  a favore degli stati più forti, e in cui da parte degli stessi fascisti il concetto di «spazio vitale» si è sostituito a quello di «indipendenza nazionale»; in tutti questi elementi sono da ravvisare dei dati che rendono attuale come non mai,  in questo dopoguerra, il problema dell’ordinamento federale dell’Europa.

Forze provenienti da tutte le classi sociali, per motivi sia economici sia ideali, possono essere interessate ad esso. Ad esso ci si potrà  avvicinare per via di trattative diplomatiche e per via di agitazione popolare; promovendo fra le classi colte lo studio dei problemi ad esso attinenti, e provocando stati di fatto rivoluzionari, avvenuti i quali non sia più possibile tornare indietro; influendo sulle sfere dirigenti degli stati vincitori, ed agitando negli stati vinti la parola che solo in una Europa libera e unita essi possono trovare la loro salvezza ed evitare le disastrose conseguenze della sconfitta.  Appunto per questo è sorto il nostro Movimento. E’ la preminenza, l’anteriorità  di questo problema rispetto a tutti quelli che si impongono nell’epoca in cui ci stiamo inoltrando; è la sicurezza che, se lasceremo risolidificare la situazione nei vecchi stampi nazionalistici, l’occasione sarà  persa per sempre, e nessuna pace e benessere duraturo ne potrà  avere il nostro continente; è tutto questo che ci ha spinto a creare un’organizzazione autonoma, allo scopo di propugnare l’idea della federazione europea come meta realizzabile nel prossimo dopoguerra.

Non ci nascondiamo le difficoltà  della cosa, e la potenza delle forze che opereranno nel senso contrario; ma è la prima volta, crediamo, che questo problema si pone sul tappeto della lotta politica, non come un lontano ideale, ma come una impellente, tragica necessità. Il nostro Movimento, che vive oramai da circa due anni nella difficile vita clandestina sotto l’oppressione fascista e nazista; i cui aderenti provengono dalle file dei militanti dell’antifascismo e sono tutti in linea nella lotta armata per la libertà; che ha già  pagato il suo duro contributo di carcere per la causa comune; il nostro Movimento non è e non vuol essere un partito politico. Così come si è venuto sempre più nettamente caratterizzando, esso vuole operare sui vari partiti politici e nell’interno di essi, non solo affinché l’istanza
internazionalista venga accentuata, ma anche e principalmente affinché tutti i problemi della sua vita politica vengano impostati partendo da questo nuovo angolo visuale, a cui finora sono stati così poco avvezzi.

Non siamo un partito politico perché, pur promovendo attivamente ogni studio riguardante l’assetto istituzionale,economico, sociale della federazione europea, e pur prendendo parte attiva alla lotta per la sua realizzazione e preoccupandoci di scoprire quali forze potranno agire in favore di essa nella futura congiuntura politica, non vogliamo pronunciarci ufficialmente sui particolari istituzionali, sul grado maggiore o minore di collettivizzazione economica, sul maggiore o minore decentramento amministrativo ecc. ecc., che dovranno caratterizzare il futuro organismo federale. Lasciamo che nel seno del nostro Movimento questi problemi vengano ampiamente e liberamente discussi, e che tutte le tendenze politiche, da quella comunista a quella liberale, siano presso di noi rappresentate. Di fatto, i nostri aderenti militano quasi tutti in qualcuno dei partiti politici progressivi: tutti si accordano nel propugnare quelli che sono i principii basilari di una libera federazione europea, non basata su egemonie di sorta, né su ordinamenti totalitari, e dotata di quella solidità  strutturale che non la riduca ad una semplice Società  delle Nazioni.

Tali principii si possono riassumere nei seguenti punti: esercito unico federale, unità  monetaria, abolizione delle barriere doganali e delle limitazioni all’emigrazione tra gli stati appartenenti alla federazione, rappresentanza diretta dei cittadini ai consessi federali, politica estera unica.  In questi due anni di vita, il nostro Movimento si è largamente diffuso fra i gruppi ed i partiti politici antifascisti. Alcuni di essi ci hanno espresso pubblicamente la loro adesione e la loro simpatia. Altri ci hanno chiamato a collaborare alle loro formulazioni programmatiche. Non è forse presuntuoso dire che è in parte merito nostro, se i problemi della federazione europea vengono così spesso trattati nella stampa clandestina italiana. Il nostro giornale, L’Unità  Europea , segue con attenzione gli avvenimenti della politica interna ed internazionale, prendendo posizione di fronte ad essi con assoluta indipendenza di giudizio.  I presenti scritti, frutto dell’elaborazione di idee che ha dato luogo alla nascita del nostro Movimento, non rappresentano però che l’opinione dei loro autori, e non  costituiscono affatto una presa di posizione del Movimento stesso. Vogliono solo essere una proposizione di temi di discussione a coloro che vogliono ripensare tutti i problemi della vita politica internazionale tenendo conto delle più recenti esperienze ideologiche e politiche, dei risultati più aggiornati della scienza economica, delle più sensate e ragionevoli prospettive per l’avvenire. Saranno presto seguiti da altri studi.  Il nostro augurio è che possano suscitare fermento di idee; e che, nella presente atmosfera arroventata dall’impellente
necessità  dell’azione, portino un contributo di chiarificazione che renda l’azione sempre più decisa, cosciente e responsabile.

Il Movimento Italiano per la Federazione Europea Roma, 22 gennaio 1944

L’Unità  , 14 luglio 2001; la nota introduttiva è di Norberto Bobbio (da un suo saggio pubblicato in A. Spinelli, Il Manifesto di Ventotene , il Mulino, Bologna 1991, p. 9)

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