Un articolo di Gianni Melilla sul sito di Sinistra Ecologia e Libertà 

La solidarietà  europea può essere affermata abbandonando le fallimentari politiche dell’austerità. Non è una soluzione ritornare ai nazionalismi autarchici che si tradurrebbero in sovranità  fasulle. L’Europa politica e solidale deve assumere come obiettivo di fondo la modifica dei Trattati della Unione Europea.

Il Fiscal Compact, con il recepimento nella Costituzione italiana della parità  di bilancio con voto quasi unanime del Parlamento, sta producendo povertà, disoccupazione e demolizione dello stato sociale, un tempo vanto dell’identità  europea.

I vertici dei 28 Capi di Stato o di Governo sono il cancro dell’Unione Europea. Il fallimento dell’Unione Europea si accompagna alle umiliazioni dei Parlamenti Nazionali costretti a ratificare, sotto il ricatto del debito pubblico, le politiche dell’austerità.

L’Unione Europea ha regalato 4.500 miliardi di euro alle Banche per salvarle, ma non ha trovato 300 miliardi per salvare la Grecia e il suo popolo ridotto alla povertà  estrema. L’euro a trazione tedesca è stato ed è il più formidabile strumento per abbassare i salari reali, abbattere lo stato sociale, cancellare il diritto del lavoro. La Germania domina l’economia europea violando i trattati europei .

Basti pensare alla illegale eccedenza tedesca dell’ export-import di 160 miliardi di euro l’anno che deprime le altre economie nazionali europee. La disoccupazione interessa 25 milioni di cittadini europei. Trattati internazionali e leggi sui diritti umani sono ormai violentate dalle politiche dell’austerità.

Occorre una svolta nelle politiche dell’Unione Europea.

Anche per quanto riguarda il Sistema Monetario Europeo sempre più incapace di favorire benessere sociale, piena occupazione e sviluppo ecosostenibile. Le disuguaglianze si allargano con la stragrande maggioranza dei popoli danneggiata e una piccola minoranza che accresce le sue ricchezze.

Gli amministratori delegati di grandi imprese arrivano a guadagnare 500 volte in più dei loro dipendenti lavorando spesso male. Occorre un grande piano per la rinegoziazione del debito pubblico degli Stati.

E’ sempre meglio uno Stato debitore o una Banca che paga poco e in ritardo, piuttosto che non paghi niente perché fallisce. E’ illusorio sopravvivere alla meno peggio per i prossimi decenni senza riforme radicali e risolutive.

Seguo personalmente con attenzione il dibattito su una transizione consensuale verso un sistema monetario in cui all’euro potrebbe affiancarsi una moneta fiscale parallela.

Alcuni economisti, in questo senso, hanno proposto la trasformazione dell’euro da moneta unica a moneta comune. (1) La strada maestra di un Piano A è il sogno europeo: la resurrezione delle istituzioni europee con Eurobond, Fondo federale per la mutualizzazione e ristrutturazione dei debiti, la democratizzazione degli organi decisionali della UE.

Ma la storia di questi anni ci dice che non è affatto semplice realizzare questo sogno.

Per questo gli europeisti, affezionati alle idee del Manifesto di Ventotene, devono osare un Piano B, di livello anche nazionale e per questo fattibile senza autorizzazioni preventive dell’UE. Si è dentro l’euro, ma anche oltre l’euro.

Penso alla proposta del “Quantitative Easing del popolo”, avanzata , in altro contesto nazionale, dal nuovo programma economico dei laburisti inglesi guidati da Jeremy Corbin.

Il nuovo QE del popolo non dovrebbe favorire le banche private, ma mirare al bene comune, finanziando l’economia sociale, l’edilizia residenziale pubblica, il trasporto pubblico, le infrastrutture strategiche, la manutenzione del territorio, l’economia digitale.

Lo Stato emette dunque speciali titoli pubblici, i Certificati di credito fiscale.

Si tratta di una manovra di ispirazione keynesiana che vuole redistribuire potere d’acquisito a cittadini e imprese in via diretta senza una intermediazione creditizia.

In Italia i CCF possono essere decisi autonomamente dal Parlamento senza l’assenso preventivo delle Istituzioni europee.

Un piano B dunque per uscire dalla trappola della liquidità, ridare fiato all’economia reale, rilanciare i consumi, e creare nuova occupazione in un quadro di stabilità  di bilancio pubblico e di equilibrio della bilancia dei pagamenti.

Il predicato fiscale dei CCF viene assicurato dal fatto che essi vengono accettati per il pagamento delle imposte – il maggior riconoscimento che una moneta possa ottenere dallo Stato – e sarebbero comunque garantiti dalle entrate fiscali (Luciano Gallino, Cambiare Governo per affrontare la crisi, giugno 2015).

1) In Italia: B. Bossone, M. Cattaneo, E. Grazzini, S, Sylos Labini ( a cura di) Per una nuova moneta fiscale gratuita: come uscire dall’austerità  senza spaccare l’Euro. e-book Micromega 2015

 

Redazione
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