Un articolo di Federico Fubini sul Corriere della Sera

Premessa di Stefano Sylos Labini

Sembra che la Germania stia operando per la disintegrazione dell’Unione Monetaria Europea: con la stretta sui titoli di Stato salterà  tutto. Arrivati a questo punto, credo che ci sia un tema importante che bisognerebbe portare all’attenzione dei tedeschi.

Ogni anno c’è il giorno della memoria in cui si ricordano le atrocità  del nazismo, ma in realtà  bisognerebbe riflettere su che cosa ha determinato l’ascesa del nazismo e perché poi il nazismo ha trovato un grande consenso nella popolazione ed è stato in grado di lanciarsi nella seconda guerra mondiale con una forza industriale e militare spaventosa.

E la risposta è facile: il Trattato punitivo di Versailles che umiliò la Germania e la politica economica di Schacht che permise di migliorare le condizioni di vita dei tedeschi e di ricostruire un apparato militare-industriale potentissimo.

Debiti e crescita economica: questi furono i problemi di ieri e sono i problemi di oggi.

Ma sarebbe necessaria una vasta alleanza tra i Paesi europei per riportare i tedeschi alla ragione e cambiare radicalmente l’impostazione della politica economica europea.

Nel frattempo sarebbe auspicabile che il nostro Paese lanciasse la moneta fiscale a circolazione interna per aumentare il potere d’acquisto e quindi la capacità  di spesa privata e pubblica. Si tratta di un’iniziativa che l’Italia potrebbe attuare in tempi rapidi e in modo autonomo all’interno dell’euro.

Affinché la proposta della moneta fiscale abbia successo, essa dovrebbe essere promossa dalle forze economiche – sindacati, imprese e banche attraverso un Patto per la crescita.

L’articolo di Federico Fubini sul Corriere della Sera

Il piano per tagliare l’intreccio banche-debito pubblico. «Va posta fine al privilegio concesso ai titoli pubblici nella regolazione bancaria». Per il ministro non devono più potersi aprire reti di sicurezza per i titoli di Stato senza il sacrificio dei risparmiatori.

La crisi greca dell’estate scorsa non è passata senza conseguenze per il futuro dell’euro, ma soprattutto di Paesi con i segni particolari dell’Italia: alto debito pubblico, dipendenza quasi totale dalle banche, investimenti enormi di queste ultime proprio nei titoli di debito dello Stato.

L’inchiostro di Alexis Tsipras sulla sua resa a Bruxelles nel luglio scorso era ancora fresco, quando a Berlino si è riunito il Consiglio degli esperti economici. Volevano avanzare delle idee perché una vicenda del genere non si ripetesse mai più. In due settimane questo gruppo di cinque persone ha approvato un «rapporto speciale» di 53 pagine, con quattro voti a favore e uno contrario. In Italia non se n’è accorto nessuno. Pochi hanno prestato attenzione anche dodici giorni fa, quando Wolfgang Schà¤uble ha dato il suo appoggio a quel piano. Per il ministro delle Finanze tedesco non era necessario farlo, perché sta già  facendo viaggiare molte di quelle proposte negli ingranaggi decisionali dell’area euro. Non importa se nel Paese che ne sentirebbe di più l’impatto “” l’Italia “” non se ne parla e il mondo politico fatica persino a capire di cosa si tratta. Non è una novità: era già  distratto due anni fa quando approvò la direttiva europea sui salvataggi bancari che oggi, ormai in vigore, riscuote le proteste di tutti i partiti.

La proposta fatta propria da Schà¤uble estende gli stessi principi dalle banche agli Stati e al rapporto fra le prime e i secondi: in caso di crisi, prima di consentire qualunque salvataggio, pagano i creditori. Non devono più potersi aprire reti di sicurezza per i titoli di Stato senza il sacrificio dei risparmiatori e degli investitori, dunque le banche esposte sul debito pubblico del loro Paese sono tenute a regolarsi di conseguenza. Secondo Berlino occorre esporre governi alla piena disciplina del mercato, dato che quella del fiscal compact di fatto ha fallito.

Si legge nel rapporto dei saggi: «E’ necessaria un’applicazione coerente delle regole di insolvenza per gli Stati, in modo da ridurre i livelli di debito e rendere credibile la clausola che esclude i salvataggi» (inclusa nel trattato di Maastricht, ndr). E’ il corrispettivo per gli Stati delle norme già  in vigore per le banche: sospensione del versamento di interessi e del rimborso dei titoli se un Paese chiede un salvataggio europeo. Ne consegue la richiesta tedesca sugli istituti di credito: «Va posta fine al privilegio concesso ai titoli pubblici nella regolazione bancaria», si legge nel rapporto.

Si tratta della parte del piano che più rapidamente sta facendo strada a Bruxelles. Il mese prossimo e in giugno due gruppi di lavoro dell’area euro presenteranno rapporti che precisano e declinano il progetto. Per le banche italiane, e il finanziamento del debito pubblico di Roma, l’impatto sarebbe profondo.

Sul tavolo c’è l’ipotesi che gli investimenti fatti in titoli di Stato inizino a erodere il capitale delle banche non appena la loro esposizione in debito pubblico del loro Paese supera il 25% del patrimonio. In sostanza, visti gli oltre 400 miliardi di titoli del Tesoro di Roma detenuti, le banche italiane dovrebbero accantonare denaro contro eventuali perdite per circa il 70% del loro portafoglio di titoli di Stato. In alternativa, dovrebbero vendere buoni italiani e magari comprarne di più solidi, per esempio i tedeschi.

La svolta sarebbe graduale, ma il mercato non può che anticiparne gli effetti con una stretta al credito.

Per l’economista Peter Bofinger, tutto questo significa sottrarre alle banche dell’Europa del Sud il pilastro sul quale si fonda qualunque istituto al mondo: dei titoli sicuri in bilancio, che non possono fallire. «Può essere dinamite per l’area euro», dice Bofinger. Ma l’unico esponente degli esperti tedeschi a votare contro il piano è stato proprio lui.

Stefano Sylos Labini
geronimostilton970@gmail.com

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