Destra :

conservatori : il loro obiettivo è di conservare per quanto è possibile le istituzioni esistenti. Si rendono conto però che per conservare bisogna cambiare e quindi, sia pure con grande cautela, sono riformisti. Inoltre, il conservatore vero e proprio non detesta i suoi simili e perciò, nel portare avanti le riforme conservatrici, è disposto a introdurre misure volte a realizzare una maggiore giustizia sociale.

reazionari : mirano non solo a conservare le istituzioni esistenti ma ad accentuarne il loro carattere “elitario” (giacché non amano i loro simili ma tendono a disprezzarli e ad utilizzarli come strumenti nelle mani delle èlites, sia all’interno, sia, in certi casi, all’estero, nel senso che spesso sono a favore di guerre di conquista, volte ad assoggettare apertamente o nascostamente i popoli di razza “inferiore”). I reazionari sono spesso anche “razzisti” e guerrafondai e sono pronti ad utilizzare la religione come instrumentum regni , non di rado assecondati dai vertici delle varie Chiese che pensano, come Machiavelli, che il fine giustifica i mezzi. I “neocons” nordamericani illustrano assai bene le caratteristiche dei reazionari che sanno che il loro paese oggi è il più potente del mondo ed intendono sfruttare tale potere pienamente, senza farsi nessuno scrupolo.

Sinistra :

riformisti : per usare le parole di Ernesto Rossi: i riformisti “amano i loro simili ed aspirano a realizzare una maggiore giustizia sociale” (Manlio Rossi Doria, Il ponte , n.°7 del 2005). I riformisti sono ostili ai progetti rivoluzionari che comportano certamente violenza e sangue e che spesso si concludono con un disastro.

rivoluzionari : sembrano animati da un travolgente amore per i propri simili ma il loro intento è di imporre con la violenza i loro progetti e quindi, sia pure in modo occulto, hanno più amore per il proprio ego e per la loro conoscenza che per i propri simili. Ciò non toglie che in certe circostanze prevalga l’amore per i propri simili e per il loro miglioramento. Nel caso di Marx ho sostenuto in vari lavori che la sua è un’indignazione strumentale e che era morso da orgoglio luciferino. Una delle prove di quanto affermo sta nel fatto che, pur non citandolo mai, aderisce alla tesi di Machiavelli: il fine giustifica i mezzi.

Invece non è così: non c’è separazione netta tra mezzi e fini: mezzi barbari imbarbariscono anche i fini più nobili.

Chi scrive si è sempre considerato culturalmente e politicamente un riformista. Ma è pronto a riconoscere senza riserve il valore culturale di intellettuali appartenenti ad una delle altre tre categorie. Così non esito a riconoscere l’utilità  dell’opera di Vilfredo Pareto, che mi appare come un “reazionario”. La sua stessa analisi della distribuzione del reddito, che formalizzò in un’equazione, era interessante sotto l’aspetto logico, mentre era “reazionaria” l’interpretazione che Pareto ne dava, vedendola come un invariante, dipendente essenzialmente dalla distribuzione delle capacità  personali. Si è poi visto che la distribuzione del reddito non è affatto costante e che non giocano solo le capacità  personali, le quali a loro volta non sono dati, ma variabili che dipendono soprattutto dall’ambiente familiare e sociale. Quello che dico per Pareto vale perfino con maggior forza per Marx. Considero disastroso il suo programma rivoluzionario e sostengo che alcune proposizioni logiche di Marx sono errate, ma giudico complessivamente molto utile la sua analisi del movimento del capitalismo moderno e raccomando di studiarla, ben sapendo che Marx ha commesso gravi errori (io stesso ne ho denunciato uno) – la passione rivoluzionaria è pessima consigliera – e che dai suoi tempi il capitalismo è cambiato radicalmente.

Nicolò Macchiavelli è il principe dei reazionari; non amava affatto gli uomini, che considerava essenzialmente egoisti e malvagi. Ciò è vero molto spesso, ma non sempre. Così nell’Italia contemporanea abbiamo avuto Mussolini e Berlusconi, ma anche Salvemini, Rossi, Galante Garrone. E non di rado i piccoli numeri contano più dei grandi numeri, anche se occorre tempo, a volte molto tempo, per vederlo.

Le quattro tendenze politiche indicate sopra non vanno intese come rigidamente separate, non solo perché le stesse persone possono cambiare nel tempo, ma perché i diaframmi non sono rigidi. Particolarmente labili sono i diaframmi tra conservatori e riformisti e spesso è difficile scegliere se classificare una persona nell’una o nell’altra categoria. Adamo Smith, ad esempio, è un conservatore o un riformista, o va visto come un liberal-democratico, che appunto riunisce le caratteristiche delle due categorie? John Stuart Mill era certamente un riformista e può, senza alcuna forzatura, essere considerato come l’antenato dei liberalsocialisti, che erano (e sono) una varietà  dei riformisti, cui appartengono Salvemini e Rossi.

C’è infine una questione importante: in quale categoria si trovano gli uomini civili? E che cosa significa civiltà ? Si può rispondere con le parole che Ernesto Rossi adoperò per rendere omaggio a Antonio de Viti de Marco ( Il ponte , n°7 del 2005): “Civiltà  significa raffinamento della coscienza morale, tolleranza verso tutte le eresie, ricerca disinteressata del vero, sforzo continuo per creare le condizioni che consentano una sempre più completa espressione della personalità  umana”. Penso che sia facile trovare “uomini civili” (in questo senso) fra i conservatori e i riformisti, assai meno facile tra i “reazionari” e i “rivoluzionari”. Molto meno facile, ma non impossibile, perché l’uomo non è mai una personalità  perfettamente omogenea. Così sono disposto ad annoverare Pareto fra gli uomini civili e sono ancora più pronto ad includere in questa categoria Antonio Gramsci, sebbene fosse un ammiratore del “principe dei reazionari”. E’ che si era convinto, come tanti altri delle più diverse idee politiche, che per far trionfare la rivoluzione una buona dose di machiavellismo è indispensabile. Ma in tutta la sua condotta e specialmente dopo le amare riflessioni sul tragico esperimento sovietico mi pare che di fatto prese le distanze dal “principe dei reazionari” e divenne pienamente un “uomo civile”, degno dell’ammirazione di tutti, indipendentemente dalle tendenze politiche, esercitando anche una benefica influenza sulla linea adottata di fatto dal Partito Comunista Italiano.

“Tolleranza”: i Greci l’avevano impersonata in una semidea, Peito, la persuasione, che i Romani tradussero con un nome bellissimo: Suadela. Ecco: la civiltà  si chiama Suadela.

Paolo Sylos Labini

(http://www.megachip.info)

Paolo Sylos Labini
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