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di Mariana Mazzucato

Nel 2007, quando esplose la crisi finanziaria, i paesi europei furono colpiti in modi diversi e in diversa misura. Quelli che per decenni avevano trascurato di investire in aree fondamentali per la crescita economica, come la formazione del capitale umano, l’adattamento alle nuove tecnologie e la ricerca e sviluppo (R&S), subirono i contraccolpi peggiori e, quando la crisi finanziaria si trasformò in crisi economica a tutto tondo, si trovarono maggiormente in difficoltà  con il debito pubblico. All’interno dell’Eurozona, i paesi più colpiti, quelli che la Goldman Sachs ha etichettato con l’infamante appellativo di Pigs (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna), sono anche quelli, senza ombra di dubbio, che hanno meno investito in R&S (fattore che gli economisti, sia quelli specializzati in macroeconomia che quelli specializzati in microeconomia, considerano importante per la crescita). Uno dei miti più grossi, tra quelli messi in circolazione durante la crisi dell’Eurozona, è che i pae­si della ‘periferia’, come la Grecia e l’Italia, sono stati troppo ‘spendaccioni’, mentre i più responsabili paesi del ‘centro’ sapevano bene quando e come era il caso di ‘stringere la cinghia’. Le cifre suggeriscono il contrario: la periferia non ha speso a sufficienza nelle aree (costose ma fondamentali), che producono crescita, come la R&S.

 

Tutta questa insistenza sulla ‘dissipatezza’ dei paesi della periferia non tiene conto del fatto che in molti dei paesi più deboli i disavanzi di bilancio erano molto limitati. In Italia, per esempio, fino al 2007 il deficit si attestava su un modesto 4 per cento, ma poiché il tasso di crescita era molto più basso degli interessi sul debito, il rapporto debito/Pil era cresciuto fino al 105 per cento nel 2007, per arrivare poi fino al 120 per cento nel 2011. E la missione dell’odierno programma di austerity in Italia è semplicemente riportare questo rapporto ai livelli del 2007, quando non si può certo dire che le cose andassero bene. Le politiche di austerità  che predominano a livello mondiale si stanno dimostrando controproducenti nei loro sforzi per ridurre il rapporto debito/Pil, perché penalizzano la domanda di consumi (a causa del calo dei salari e del decadimento dei servizi pubblici) e al tempo stesso erodono la fiducia delle imprese, scoraggiandole dall’investire. Il risultato è un aggravamento delle recessioni, con conseguenti effetti negativi sul denominatore del rapporto debito/Pil, cioè la crescita del prodotto interno lordo. I vari governi si stanno anche lanciando in riforme ‘strutturali’ finalizzate ad allentare le rigidità  del mercato del lavoro, combattere la corruzione e il nepotismo e incrementare la trasparenza, elementi importanti per gli indicatori sulla facilità  di fare impresa (ease of doing business). La grande domanda è quindi la seguente: i vari tipi di riforme strutturali e tagli della spesa produrranno crescita nei paesi della periferia, i Pigs? Senza investimenti nelle aree chiave, la mia risposta è no, non produrranno crescita.

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Redazione
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