Paolo Sylos Labini, 1920-2005
“Economists around the world, from Cambridge to Cambridge and Osaka to Omaha, admire you for
a lifetime of Schumpeterian innovation, Keynesian brilliance, Ricardian rigor, and Smithian
realism”. Quando Paul Samuelson scrive questa frase, nel suo messaggio pubblicato in apertura
della raccolta di saggi presentati a Paolo Sylos Labini il giorno del suo settantacinquesimo
compleanno,1 intende sottolineare la stima di cui gode fuori del suo paese, tra i suoi colleghi
accademici, il grande economista italiano scomparso il 7 dicembre 2005. In Italia, Sylos Labini non
è solo il maestro riconosciuto di successive generazioni di economisti; è anche una persona
pubblica universalmente stimata – e temuta – per il rigore morale e la ben documentata concretezza
dei suoi interventi nei dibattiti politici.
Di origine pugliese (ma era nato a Roma, il 30 ottobre 1920), Sylos Labini si laurea in
giurisprudenza a Roma nel luglio 1942, con una tesi sulle conseguenze economiche delle
innovazioni. L’argomento, scelto in piena autonomia con il consenso del relatore, Guglielmo
Masci,2 è atipico per la cultura economica italiana degli anni Quaranta; quando Masci muore,
relativamente giovane, gli succede come relatore Papi, filo-fascista e tipico barone universitario,
che considera il giovane aspirante economista come un brutto anatroccolo e lo osteggerà  per tutta la
sua carriera anche quando si sarà  rivelato un cigno. Così Sylos Labini, con una delle prime borse
Fulbright, si trasferisce negli Stati Uniti, prima a Chicago e poi alla Harvard University, per studiare
con Schumpeter, famoso proprio per la sua teoria delle innovazioni. Segue, assieme a pochi studenti
americani (6-7 per il primo corso, una trentina per il secondo), le sue lezioni di storia del pensiero
economico e di teoria economica avanzata; studia le sue opere (Sylos Labini si vantava di essere
una delle sei persone al mondo ad aver letto per intero i due massicci volumi dei Business Cycles,
Schumpeter 1939); discute con lui, fra l’altro, un appunto con osservazioni critiche a quest’ultimo
lavoro.3
In quel periodo Sylos Labini conosce anche Gaetano Salvemini, il grande storico emigrato
in America durante il fascismo, e ne diviene amico in lunghe passeggiate e assistendolo durante una malattia; Sylos Labini si era presentato a lui con una lettera di Giustino Fortunato, insigne
meridionalista, suo parente; tramite Salvemini farà  poi la conoscenza di Ernesto Rossi, un altro
maestro di politica e di vita.4
Un altro periodo di studio, qualche anno più tardi, viene trascorso nella vivacissima
Cambridge (UK) dove, di nuovo con una scelta controcorrente, Sylos Labini ha come supervisore
Dennis Robertson, amico di Keynes e Sraffa ma fedele all’insegnamento originario di Marshall e
osteggiato dal gruppo degli allievi diretti di Keynes, come Richard Kahn e Joan Robinson. Sylos
Labini, comunque, si è ormai formato una sua concezione autonoma, basata su quella dei maggiori
economisti classici (in ordine di importanza: Marx, Ricardo, Smith; gradualmente, nei decenni
successivi, quest’ordine viene capovolto) con l’innesto di uno Schumpeter depurato di ogni residuo
neoclassico e con l’apertura ai problemi concreti dell’epoca, dal dualismo economico
(Mezzogiorno) alla disoccupazione, che nella fase della ricostruzione postbellica aveva caratteri
complessi, non riconducibili esclusivamente alla carenza di domanda effettiva su cui concentrava
l’attenzione la scuola di Keynes. Così Sylos Labini, con il carattere estroverso e l’onestà 
intellettuale che lo hanno sempre contraddistinto, si diverte a discutere con tutti, stringendo amicizie
che dureranno tutta la vita. Una maggiore affinità  intellettuale è evidente con Sraffa, di cui vedremo
l’influenza, con il quale tuttavia non vi è il classico rapporto maestro-allievo, ma piuttosto un
rapporto di forte stima reciproca; sarà  Sylos Labini, nel 1973, a curare il Festschrift per i
settantacinque anni di Sraffa, pur non potendone indicare opertis verbis l’obiettivo, per rispetto
verso la ben nota ritrosia del festeggiato.5 Ma anche Nicholas Kaldor, Richard Kahn, Joan Robinson
(come John Hicks da Oxford e, dall’America, Kenneth Galbraith, Franco Modigliani, Paul Sweezy,
e tanti altri) saranno in contatto costante con lui; particolarmente stretta, pur nella differenza di
posizioni teoriche, sarà  l’amicizia con Modigliani, consolidata negli ultimi anni dalla partecipazione
di Sylos Labini alla stesura del Manifesto promosso da Modigliani stesso (1998) e dalla comune
opposizione a Berlusconi.
In Italia, Sylos Labini è attivo nel dibattito economico del dopoguerra, contribuendo al
“Piano del lavoro” proposto dal sindacato per la ricostruzione economica, e su temi quali il
dualismo economico e il Mezzogiorno, che resterà  un interesse costante per tutta la sua attività  (si
vedano il grosso progetto di ricerca portato a compimento assieme ai suoi allievi catanesi, Sylos Labini 1966, e i saggi raccolti in Sylos Labini 2003a, fra cui una vera e propria inchiesta sul campo
sul mercato dei braccianti agricoli, e una convincente interpretazione delle origini della mafia).6
Il suo primo contributo teorico, su “Saggio dell’interesse e reddito sociale”, di impostazione
decisamente classica, è del 1948; Alberto Breglia, che lo ha preso come assistente volontario e al
quale succede come bibliotecario al Ministero dell’agricoltura, lo fa pubblicare negli Atti
dell’Accademia dei Lincei. Il secondo appare su Banca Nazionale del Lavoro Quarterly Review nel
1949, ed è una critica del keynesismo.7
Altri scritti riguardano il monopolio e il ciclo economico; su quest’ultimo argomento
pubblica nel 1954 un ampio saggio, ristampato più volte, di confronto fra le teorie di Marx e
Schumpeter. Quest’ultimo lavoro è un importante contributo di storia del pensiero economico, che
allo stesso tempo propone una integrazione tra ciclo e sviluppo, tra cambiamento tecnologico e
crescita, tra andamento dell’occupazione e della distribuzione del reddito: la nozione di equilibrio,
centrale per la teoria neoclassica, scompare dalla scena e viene sostituita da un’analisi
dell’andamento nel tempo dell’economia. Come un successivo, egualmente importante, lavoro sulla
differenza tra la nozione classica (smithiana) di concorrenza e quella neoclassica (Sylos Labini
1976), questi contributi mostrano non solo l’interesse di Sylos Labini per lo studio diretto delle
fonti originarie, ma anche il ruolo da lui attribuito alla storia del pensiero economico per il dibattito
sulla teoria economica contemporanea.8 A differenza di altri (Napoleoni, Garegnani) che, sulla scia di Sraffa, concentravano l’attenzione sulla storia delle teorie del valore, Sylos Labini – pur
interessandosi a questo tema – riprende dai classici, in particolare da Smith e Marx, la fusione tra
storia ed economia e l’impostazione dinamica.
Nel 1955, sulla scia di un vivace dibattito sulle concessioni petrolifere nella Valle Padana
(che l’ambasciatrice degli Stati Uniti, Clara Booth Luce, voleva fossero affidate a una compagnia
statunitense), l’allora primo ministro Antonio Segni, su suggerimento di Ernesto Rossi, incarica
Sylos Labini, assieme al giurista Giuseppe Guarino, di compiere un’indagine sull’assetto
dell’impresa petrolifera in Canada, Messico e Stati Uniti. L’inchiesta sul campo dura da agosto a
ottobre del 1955; il risultato è un rapporto (pubblicato come Guarino e Sylos Labini, 1956) alle cui
indicazioni si conforma la nuova legge petrolifera italiana, superando l’opposizione delle maggiori
compagnie petrolifere statunitensi.9 Per Sylos Labini questa è anche un’esperienza concreta
importante per lo sviluppo della teoria dell’oligopolio, il contributo originale che gli ha dato fama
internazionale e che gli avrebbe dovuto valere il premio Nobel, per il quale è stato più volte
proposto.
Oligopolio e progresso tecnico esce, in edizione provvisoria, nel 1956 con l’editore Giuffré;
ristampato nel 1957, una seconda edizione è pubblicata con Einaudi nel 1964, una terza nel 1967;
viene tradotto in inglese (su indicazione di Galbraith) dalla prestigiosa Harvard University Press nel
1962 (con una seconda edizione nel 1969), e negli anni successivi in polacco, giapponese, spagnolo,
ceco, portoghese. Nello stesso anno esce il libro di Joe Bain (1956), Barriers to new competition,
che assieme al lavoro di Sylos Labini costituisce il punto di riferimento per un articolo di
Modigliani (1958), “New developments on the oligopoly front”. E’ nella versione di Modigliani,
espressa in termini di un modello di equilibrio statico tra domanda e offerta dell’impresa
oligopolistica, che la nuova teoria dell’oligopolio viene accettata come parte integrante della teoria
mainstream delle forme di mercato non concorrenziali. Tuttavia in questo modo le idee di Sylos
Labini vengono estratte dal loro contesto classico, e collocate come si è accennato all’interno di una
concezione neoclassica, con una ‘sintesi neoclassica’ analoga a quella realizzata da Modigliani
stesso per la teoria keynesiana con i suoi articoli del 1944 e 1963, mentre vengono accantonati gli
aspetti dinamici dell’analisi originaria di Sylos Labini sviluppati nella seconda parte del libro del
1956.
Possiamo rintracciare alcuni spunti per la teoria dell’oligopolio di Sylos Labini nella sua
analisi del settore petrolifero, caratterizzato da un elevato rapporto tra costi fissi e costi variabili (cfr. Frankel 1946), e in un accenno di Sraffa, a conclusione del suo articolo del 1926, al fatto che la
teoria della concorrenza monopolistica proposta in quell’articolo non teneva in considerazione
l’aspetto, centrale per la concezione classica della concorrenza, della libertà  di movimento dei
capitali tra i vari settori dell’economia.10 Con la sua teoria dell’oligopolio concentrato Sylos Labini
sviluppa appunto una teoria delle barriere all’entrata (quindi della difficoltà  di afflusso di capitali in
un settore dell’economia) fondata sull’elevato costo d’investimento iniziale in settori caratterizzati
da un’ampia dimensione ottimale degli impianti e da un elevato rapporto tra costi fissi e costi
variabili.
Quella dell’oligopolio basato sulle barriere all’entrata è una teoria ‘generale’ delle forme di
mercato. Infatti concorrenza e monopolio appaiono come due casi particolari – i due casi estremi, in
cui le barriere all’entrata sono o nulle o invalicabili – del caso generale in cui le barriere all’entrata
esistono, ma sono superabili, sia pure con un costo. La teoria dell’oligopolio – o, più in generale,
delle forme di mercato – deve allora studiare natura e dimensioni (o meglio, i fattori che
determinano le dimensioni) delle barriere all’entrata. Bain, più vicino alla tradizione della teoria
della concorrenza monopolistica degli anni ’30, nel suo libro considera essenzialmente il caso
dell’oligopolio differenziato, in cui le barriere all’entrata sono costituite dalla fedeltà  dei
consumatori al vecchio marchio, e la loro altezza dipende fra l’altro dalle spese cumulate per la
pubblicità. Il caso specifico analizzato da Sylos Labini nel suo libro del 1956 è invece quello del
cosiddetto oligopolio concentrato, in cui le barriere all’entrata dipendono non da una
differenziazione del prodotto che porta a curve di domanda negativamente inclinate per ciascuna
delle imprese operanti nel mercato, ma dall’esistenza di discontinuità  tecnologiche e rendimenti
crescenti di scala, cioè dal fatto che la dimensione ottimale dell’impianto è ampia, tanto da
costituire una quota significativa rispetto alle dimensioni complessive del mercato: l’ingresso di un
nuovo concorrente comporta quindi un aumento sensibile della produzione, che può essere assorbita
dal mercato solo con un non trascurabile ribasso del prezzo. Di conseguenza le imprese esistenti
possono normalmente conseguire un profitto superiore a quello concorrenziale, perché i concorrenti
potenziali sanno che dopo il loro ingresso tale extraprofitto non sarebbe più disponibile.
Nel tempo, gli extraprofitti realizzati dalle imprese oligopolistiche dietro la protezione delle
barriere all’entrata tendono a tradursi in salari e stipendi – incluse le retribuzioni dei manager – più
elevati di quelli dei settori concorrenziali (di modo che i differenziali salariali interindustriali appaiono correlati al grado di oligopolio – cioè all’altezza delle barriere all’entrata – nei diversi
settori) e in maggiori spese di rappresentanza.
L’altezza delle barriere all’entrata dipende, in oligopolio concentrato, dalle dimensioni
ottimali dell’impianto rispetto alle dimensioni del mercato, dall’elasticità  della domanda rispetto al
prezzo e dal tasso di crescita previsto per il mercato, che determina quanto tempo deve passare
prima che l’aumento della produzione possa essere assorbito al vecchio prezzo. Quest’ultima
variabile conferisce alla teoria una dimensione dinamica, che viene approfondita nella seconda parte
del libro di Sylos Labini considerando il tema del cambiamento tecnologico. Inoltre, il cosiddetto
principio del costo pieno riceve anch’esso un’interpretazione dinamica, in quanto ‘regola del
pollice’ per l’adeguamento dei prezzi alle variazioni dei costi, in particolare dei costi variabili,
anziché come teoria della determinazione del prezzo nei mercati non concorrenziali.
In concorrenza, la riduzione dei costi e l’aumento temporaneo dei profitti generati dal
progresso tecnico si traducono in aumenti di produzione e quindi in riduzione del prezzo del
prodotto; ciò a sua volta genera una riduzione dei costi nei settori che utilizzano il prodotto come
mezzo di produzione, un aumento della produzione e una riduzione dei prezzi; in questo modo il
progresso tecnico che ha luogo in un settore genera effetti espansivi che si diffondono per tutta
l’economia. In oligopolio, il progresso tecnico tende a tradursi in aumenti di salari e stipendi più
che in riduzioni dei prezzi; i suoi effetti restano così contenuti nel settore d’origine, e l’effetto
espansivo per l’economia è limitato al maggior potere d’acquisto degli addetti al settore. Si ha così
una tendenza al ristagno nelle economie oligopolistiche rispetto a quelle concorrenziali;11 un
cambiamento nelle caratteristiche del ciclo economico (forti riduzioni di prezzo e riduzioni modeste
della produzione nelle fasi di crisi nelle economie concorrenziali; forti riduzioni di produzione con
prezzi relativamente stabili nelle fasi di crisi nelle economie oligopolistiche);12 tendenza delle
ragioni di scambio a peggiorare per i settori concorrenziali rispetto ai settori oligopolistici (e per i
paesi in via di sviluppo produttori di materie prime, che operano in condizioni prevalentemente
concorrenziali, rispetto ai paesi industrializzati i cui manufatti sono venduti in mercati
oligopolistici).
Grazie al principio del costo pieno, le tensioni concorrenziali in un settore oligopolistico
possono essere frenate per lunghi periodi di tempo, con le imprese maggiori (le price-leaders) che
adeguano i prezzi alle variazioni dei costi, mentre le altre imprese si adeguano; e con la produzione che viene aggiustata alla domanda, nel breve periodo, attraverso variazioni nel grado di utilizzo
della capacità  produttiva; tuttavia, questo non significa che le tensioni concorrenziali siano del tutto
assenti. Quando esplodono, in occasione delle ‘guerre dei prezzi’, gli effetti possono essere
devastanti; l’analisi che Sylos Labini fa delle guerre dei prezzi, basandosi sulle nozioni di ‘prezzo di
esclusione’ e ‘prezzo di eliminazione’, aiuta a capire molte vicende del mondo reale (un esempio
fra tanti, la ‘controcrisi petrolifera’ del 1985-86: cfr. Roncaglia 2006).
Nella versione di ‘sintesi neoclassica’ proposta da Modigliani, gli aspetti dinamici
scompaiono e al centro della scena resta il cosiddetto ‘postulato di Sylos Labini’, secondo il quale le
imprese già  presenti nel mercato non adottino un comportamento ‘accomodante’ di fronte
all’ingresso di nuovi concorrenti, cioè non riducono la quantità  prodotta per fare spazio alla
produzione dei nuovi entranti in modo da evitare la riduzione di prezzo. Questo ‘postulato’ ha dato
luogo a un dibattito nell’ambito della nuova teoria dell’organizzazione industriale, che studia il
comportamento strategico delle imprese tramite lo strumento della teoria dei giochi. Infatti, con un
gioco non ripetuto (one-shot) risulta conveniente adottare un comportamento accomodante, e la
stessa cosa si può verificare con una serie finita di giochi ripetuti in cui il numero delle ripetizioni è
noto in anticipo alle imprese presenti nel mercato o (grazie al cosiddetto folk-theorem) con una
serie infinita di ripetizioni. Tuttavia Sylos Labini non ha mai considerato il suo ‘postulato’ come un
postulato astratto, ma semplicemente come la stilizzazione del comportamento usuale degli
imprenditori, che l’osservatore può rilevare osservando quanto accade nei settori oligopolistici. Il
fatto è che in generale le imprese oligopolistiche hanno di fronte a sé un numero indefinito (non
noto a priori) di ‘ripetizioni di giochi’, e quindi non possono applicare il ragionamento ‘a ritroso’
della teoria dei giochi, e preferiscono acquisire una reputazione di durezza nello scontro
concorrenziale.
L’analisi del comportamento dinamico dei mercati oligopolistici che seguono il principio del
costo pieno nella fissazione dei prezzi costituisce poi la base per un’analisi sia dell’inflazione sia
della distribuzione del reddito, che appaiono anzi come aspetti collegati di un unico processo.
Questa concezione viene illustrata nel modello econometrico dell’economia italiana pubblicato da
Sylos Labini su questa rivista nel 1967, che è il primo del suo genere in Italia, precedendo quello
elaborato negli stessi anni dalla Banca d’Italia sotto la guida di Modigliani. Il MoSyl (come venne
poi chiamato da Carlo Del Monte, uno dei suoi allievi, che ne aveva curato una revisione e
un’applicazione al Mezzogiorno),13 considera un’economia a tre settori – agricoltura, industria e servizi – caratterizzati da diverse forme di mercato (rispettivamente: concorrenza, oligopolio,
concorrenza monopolistica) e quindi da diverse logiche di comportamento. L’industria
manifatturiera è considerata il settore trainante dell’economia; gli investimenti industriali sono
determinati dal grado di utilizzo della capacità  produttiva e dalle condizioni di liquidità 
dell’economia e a loro volta, assieme alle esportazioni e ai consumi (con una variante quindi del
principio keynesiano della domanda aggregata) determinano l’andamento del prodotto e
dell’occupazione.
Questo modello costituisce l’applicazione all’economia italiana di un ben preciso schema
interpretativo. In tal modo, offre una cerniera tra elaborazioni teoriche e riflessioni di economia
applicata, assai utile anche a fini didattici (Sylos Labini 1969, 1992) e un punto di riferimento per
ulteriori analisi di aspetti particolari, specie per quanto riguarda l’andamento dei salari e
dell’inflazione. Ad esempio, la distribuzione del reddito può essere collegata alle variazioni del
mark-up (rapporto fra prezzo e costo variabile meno uno: in altri termini, è il coefficiente
moltiplicativo che le imprese price-leaders applicano per adeguare il prezzo del loro prodotto ai
cambiamenti del costo variabile unitario) sia nelle varie fasi del ciclo economico sia di fronte a
strategie sindacali di maggiore o minore combattività 14 sia come tendenza di fondo di fronte alle
variazioni di lunghissimo periodo delle forme di mercato. Lungo questa linea di ricerca ricordiamo
il volume del 1972, Sindacati inflazione e produttività  (l’edizione inglese, Trade unions, inflation
and productivity, è del 1974) e un articolo del 1979, ristampato più volte, in cui l’analisi empirica
viene estesa anche agli Stati Uniti. Quando i salari e i prezzi sono determinati in mercati non
concorrenziali, l’utilizzo del principio del costo pieno da parte delle imprese oligopolistiche
interagisce con la contrattazione sui salari monetari tra sindacati e associazioni degli imprenditori
determinando, assieme al sentiero del cambiamento tecnologico, sia l’andamento dei salari reali sia
quello delle quote distributive nell’economia.
Una concezione realistica dei nessi tra distribuzione, crescita economica e occupazione porta
Sylos Labini a rifiutare le schematizzazioni della teoria economica mainstream centrata su una
relazione inversa (trade-off) tra salari e occupazione, ma a cercare di individuare i margini di
manovra e le soluzioni concrete che permettano di conciliare sviluppo dell’economia e aumento del
potere d’acquisto dei lavoratori. Di qui una partecipazione continua al dibattito di politica
economica, anche tramite articoli sui maggiori quotidiani, con proposte originali e prese di posizione spesso controcorrente, che gli sono valse rispetto e ostilità  da destra come da sinistra.
Sostenitore di una politica di accordi tra le parti sociali (si veda ad esempio Sylos Labini et al.,
1978), quale quella realizzata dall’allora ministro del tesoro e poi primo ministro Ciampi nel 1992-
3, contrario alle politiche corporative (come nella costante campagna contro le ‘ope legis’
universitarie), fautore di una maggiore flessibilità  dei contratti di lavoro15 quando nessuno ne
parlava (il che, assieme alle sue ripetute critiche al punto unico di scala mobile, da quando ne venne
concordata l’introduzione nel 1973 fino alla sua abolizione e al referendum del 1985, gli valse le
‘attenzioni’ delle Brigate Rosse) e oppositore di una liberalizzazione generalizzata del mercato del
lavoro quando questa era divenuta la parola d’ordine dominante, favorevole al sostegno pubblico
all’economia ma contrario alla proprietà  pubblica come fine in sé e ai ‘salvataggi di Stato’, Sylos
Labini ha sempre costituito una coscienza critica della sinistra laica e riformatrice, nel senso che al
termine attribuivano Riccardo Lombardi e Antonio Giolitti. Con essi collabora attivamente
all’epoca della nazionalizzazione dell’energia elettrica e della programmazione economica (cfr. Fuà 
e Sylos Labini, 1963: un lavoro concreto, di attualità  ancora oggi non solo per il metodo ma anche
per alcune pagine su aspetti quali l’urbanistica). L’ottica riformista nella politica economica implica
attenzione per gli effetti delle misure di politica economica non solo su occupazione e distribuzione,
ma anche sulla ripartizione del potere (nell’accezione più ampia del termine) all’interno della
società: dal punto di vista riformista, una maggiore diffusione del potere costituisce anzi un
obiettivo più importante, in molte circostanze, di quello di una distribuzione più egualitaria del
reddito. Da questo punto di vista, risulta un errore la separazione tra aspetti tecnici e aspetti più
strettamente politici delle scelte di politica economica: l’idea del tecnico puro, buono per tutte le
stagioni, è sempre stata considerata da Sylos Labini con diffidenza se non con vero e proprio
disprezzo, come una copertura di cui i voltagabbana hanno bisogno per non perdere la faccia nel
perseguimento delle ambizioni personali.
Rientra nella sua partecipazione al dibattito politico in senso ampio anche il Saggio sulle
classi sociali (1974, tradotto in numerose lingue ma non in inglese), un lavoro a cavallo tra
economia, politica e sociologia, che è il più noto dei libri di Sylos Labini tra il pubblico non
specialistico. In questo lavoro, che segue una lunga serie di interventi sull’argomento, Sylos Labini
critica le tesi marxiste, basate sulla dicotomia tra capitalisti e proletari, di una crescita progressiva
del proletariato cui avrebbe dovuto corrispondere l’ascesa al potere del partito che ne rappresentava le istanze. Nel Saggio egli mostra invece la crescita, di peso e d’importanza politica ed economica,
delle classi medie: un insieme complesso e variegato di ceti e di gruppi, differenziato al suo interno
per interessi e cultura, ma decisivo per la conquista del potere. Fondata su solide basi statistiche, la
tesi di Sylos Labini suscitò un ampio e vivace dibattito (nel quale fra l’altro, nel tentativo di
difendere l’indifendibile, gli fu rimproverato di avere mal classificato pompieri e becchini), e
contribuì al cambiamento di strategia dei partiti della sinistra. In un lavoro successivo, Le classi
sociali negli anni ’80 (1986), la tesi del 1974 viene rafforzata tramite confronti internazionali;
inoltre, considerando le statistiche relative all’Unione Sovietica, in particolare l’aumento della
mortalità  infantile, Sylos Labini ne trae un presagio negativo per la sostenibilità  dell’assetto politico
ed economico sovietico, che troverà  conferma clamorosa di lì a pochi anni. L’opposizione alle idee
politiche di Marx, e a quella parte della sua costruzione teorica direttamente o indirettamente
segnata dai suoi obiettivi politici, è illustrata in una serie di articoli, che suscitarono vivaci
polemiche e contribuirono a diffondere nella sinistra italiana una maggiore cautela verso
l’accettazione acritica del marxismo: cfr. ad esempio Sylos Labini 1994.
I temi affrontati nei primi lavori scientifici ricompaiono in numerosi lavori successivi;
un’idea dell’ampiezza e della profondità  dell’analisi di Sylos Labini è offerta da Le forze dello
sviluppo e del declino (1984), una accurata e ben organizzata selezione di contributi pubblicata
contemporaneamente in inglese (MIT Press) e in italiano, che assieme al libro del 1956 resta il
principale punto di riferimento per chi voglia studiare il pensiero dell’economista italiano.
Un tema presente fin dai primi scritti, ma sviluppato soprattutto negli anni ’80 e ’90, è
quello del progresso tecnico e dei suoi effetti sull’occupazione: si vedano in particolare Sylos
Labini 1987, 1989, 1993. L’andamento della produttività  (che nel modello del 1967 è considerata
esogena) dipende dagli investimenti ( con un ritardo di due-tre anni; quelli correnti hanno un effetto
negativo, per via dei problemi organizzativi che pongono nell’immediato e della necessità  di tempo
per il learning-by-doing), dalla produzione (‘effetto Smith’) e dalla meccanizzazione (‘effetto
Ricardo’), che a sua volta dipende dall’andamento relativo dei prezzi delle macchine e dei salari.
Attorno a questo contributo specifico ruotano analisi stimolanti del contesto storico e istituzionale,
del ruolo relativo delle invenzioni e delle innovazioni, dei diversi effetti del progresso tecnico e
delle diverse caratteristiche del ciclo economico al variare delle forme di mercato dominanti, delle
implicazioni per l’analisi dell’occupazione.
Un altro importante filone d’analisi riguarda il problema del sottosviluppo. I lavori principali
in questo campo sono un libro del 1983, Il sottosviluppo e l’economia contemporanea, e uno del
2000, Sottosviluppo. Una strategia di riforme. In questi lavori appare sempre più evidente l’impostazione classica di Adam Smith, con un’integrazione originale tra analisi delle istituzioni,
storia ed economia. In questo modo, con il richiamo ai diversi modelli di colonizzazione, vengono
spiegate le diverse traiettorie di sviluppo delle colonie nord e sud americane; e viene elaborata una
strategia di riforme istituzionali dirette a favorire lo sviluppo. In particolare per l’Africa viene
raccomandata una strategia di riforme organizzative, incluso un programma per sradicare
l’analfabetismo e per promuovere lo sviluppo rurale e di distretti industriali.
Il rifiuto dell’impostazione neoclassica dell’equilibrio, nelle sue diverse varianti, a favore
dell’impostazione classica, caratterizzata dall’importanza centrale dell’analisi dinamica e
dall’integrazione tra l’economia e le altre scienze sociali, è sostenuta da vari importanti contributi di
critica dell’impostazione tradizionale, in particolare per quanto riguarda la funzione aggregata di
produzione. Per essa viene anzi proposta una originale interpretazione (Sylos Labini 1995), che
sottolinea il ruolo dei rendimenti crescenti di scala.
La differenza fra le due impostazioni, quella classica e quella marginalista, che Sraffa (1960,
p. 121) aveva caratterizzato come contrapposizione tra “processo circolare” e “corso a senso unico”,
viene espressa da Sylos Labini (1985) come opposizione tra “spirale” e “arco”. Nella concezione
classica, la ‘produzione di merci a mezzo di merci’ genera un sovrappiù che almeno in parte viene
utilizzato per l’accumulazione e la crescita, generata anche dal progresso tecnico: un andamento
quindi ‘a spirale’ in cui il processo di produzione e consumo non riporta al punto di partenza ma,
periodo dopo periodo, a livelli di reddito sempre superiori. Nella concezione marginalista, invece,
l’equilibrio di prezzi e quantità  appare come la scintilla generata da un arco voltaico, i cui poli sono
costituiti dalla dotazione di risorse da un lato e dai bisogni e desideri dei soggetti economici
dall’altro lato.
Anche sul piano didattico il contributo di Sylos Labini è importante, per l’affermazione del
principio che agli studenti fin dai corsi introduttivi va insegnato che l’economia conosce diverse
impostazioni, non la verità  unica imposta dal conformismo dominante. “Prima li corrompe, poi li
redime”, commentò Sraffa16 di fronte alla strategia didattica di Sylos Labini, incorporata nel suo
manuale universitario (1969), in cui prima si espone la teoria neoclassica e poi quella classica,
inclusa la teoria dell’oligopolio, e keynesiana, per concludere con una versione semplificata del
modello econometrico che costituiva allo stesso tempo un modo di comporre i diversi contributi alla
costruzione di una impostazione non neoclassica moderna, basata sull’integrazione della teoria dei
prezzi di Sraffa, della teoria dell’oligopolio di Sylos stesso e della teoria keynesiana, e un modo concreto per mostrare come applicare le teorie economiche all’analisi della realtà  economica
concreta.
In realtà, ciò rendeva l’insegnamento di Sylos Labini assai più difficile da seguire dei corsi
ossequiosi alla tradizione dominante, in cui si suppone che esista una verità  ben stabilita da
trasmettere agli studenti, che solo una volta cresciuti potranno essere esposti ai problemi del
pluralismo teorico – con la conseguenza che il metodo critico non viene mai appreso. Ma la
passione che Sylos Labini metteva nel suo lavoro d’insegnamento come in quello di ricerca (che
anzi, data la sua impostazione, finivano con il coincidere), la sua capacità  umana di coinvolgere (gli
aneddoti a questo proposito sono infiniti), il suo impegno morale che lo rendevano decisamente
atipico nel mondo dei baroni universitari, ne hanno fatto un grande maestro per generazioni di
studenti, sui quali lasciava – a differenza di tanti altri docenti – un’impronta indelebile.
Ricerca e insegnamento costituiscono un impegno morale nella lotta per la crescita civile
della società, assieme e prima ancora che per il superamento dei problemi economici della povertà  e
della disoccupazione, in un paese che – come Sylos Labini non si stancava di ripetere – è “a civiltà 
limitata”. Di qui un altro filone di attività, particolarmente intenso negli ultimi anni (Sylos Labini
2003b, 2006) ma in realtà  sempre presente, quello dell’impegno politico,17 che per un allievo di
Gaetano Salvemini e di Ernesto Rossi costituisce non una professione ma un modo di essere, un
obbligo per tutti i cittadini che nel caso dell’economista si integra in modo perfetto nel lavoro
quotidiano. Feroce verso l’italica tendenza al compromesso, al tirare a campare, all’indifferenza di
fronte a illegalità  e ingiustizie, le sue critiche al governo – ma spesso e volentieri anche
all’opposizione – miravano innanzitutto a stimolare il civismo nei suoi concittadini. Le sue critiche
al machiavellismo o, peggio ancora, al guicciardinismo imperanti nei costumi italici – quindi alla
separazione non solo tra morale e politica, ma anche tra morale e attività  di ricerca e
d’insegnamento – indicavano un modello di vita e, da parte di uno che ripeteva “Non sono italiano,
sono un finlandese che parla bene le lingue”, un atto di profondo amore per la sua patria.Bibliografia
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Alessandro Roncaglia
roncaglia@nomail.nomail

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