Per il commercio estero, Schacht
ideò un ingegnoso sistema per
trasformare gli acquisti di materie prime da altri paesi in commesse per
l'industria tedesca: i fornitori erano pagati in moneta che poteva essere spesa
soltanto per comprare merci fatte in Germania. Il meccanismo, di stimolo al
settore manifatturiero, funzionava come un baratto: le materie prime importate
erano pagate con prodotti finiti dell'industria nazionale, evitando così il
peso dell'intermediazione finanziaria e fuoriuscite di capitali.
Certamente, il protezionismo prima e l'autarchia in seguito crearono un
mercato chiuso in cui tutta la realtà produttiva era indirizzata e finalizzata
alla produzione di beni per lo stato e / o per il consumatore tedesco.
Il controllo
nazista dei cambi e dei commerci esteri dà alla
politica economica tedesca una nuova libertà. Anzitutto, perché il valore
interno del marco (il suo potere d'acquisto per i lavoratori) viene svincolato dal suo prezzo esterno, quello sui mercati
valutari anglo-americani.
Lo Stato tedesco
può dunque creare la moneta di cui ha bisogno nel momento in cui manodopera e
materie prime sono disponibili per sviluppare nuove attività economiche,
anziché indebitarsi prendendo i soldi in prestito. E
ciò senza essere immediatamente punito dai mercati mondiali dei cambi
con una perdita del valore del marco rispetto al dollaro ed evitando che il
pubblico tedesco fosse colpito da quel segnale di sfiducia mondiale consistente
nella svalutazione della sua moneta nazionale.
In realtà, non venne praticata la stampa diretta di moneta, poiché il principale provvedimento di Schacht
fu l’emissione dei MEFO, obbligazioni emesse sul mercato interno per finanziare
lo sviluppo.
In questo sistema è
direttamente la Banca Centrale di Stato (Reichsbank)
a fornire agli industriali i capitali di cui hanno bisogno. Non lo fa aprendo a
loro favore dei fidi; lo fa autorizzando gli imprenditori ad emettere delle
cambiali garantite dallo Stato. E' con queste promesse di pagamento che gli
imprenditori pagano i fornitori.
In teoria, questi ultimi possono scontarle presso la Reichsbank
ad ogni momento, e qui sta il rischio: se gli effetti MEFO venissero
presentati all' incasso massicciamente e rapidamente, l'effetto finale sarebbe
di nuovo un aumento esplosivo del circolante e dunque dell'inflazione.
Di fatto, però questo non avviene nel Terzo Reich. Anzi: gli industriali tedeschi si servono degli effetti MEFO come
mezzo di pagamento fra loro, senza mai portarli all'incasso; risparmiando così
fra l'altro (non piccolo vantaggio) l'aggio dello sconto. Insomma, gli
effetti MEFO diventano una vera moneta, esclusivamente per uso delle imprese, a
circolazione fiduciaria.
Gli economisti si
sono chiesti come questo miracolo sia potuto avvenire e alla fine la risposta è
stata che il sistema funzionava grazie alla fiducia. L'immensa fiducia che il
regime riscuoteva presso i suoi cittadini, e le sue classi dirigenti.
Hjalmar Schacht fu
l'inventore del sistema rendendo invisibile l'inflazione: gli effetti MEFO
erano un circolante parallelo che il grande pubblico
non vedeva e di cui forse nemmeno aveva conoscenza, e dunque privo di effetti
psicologici. In seguito Schacht (che fu processato a
Norimberga e ritenuto non colpevole) spiegò d'aver pensato che, se la
recessione manteneva inutilizzato lavoro, officine, materie prime, doveva
esserci anche del capitale parimenti inutilizzato nelle casse delle imprese; i
suoi effetti MEFO non avrebbero fatto che mobilitare quei fondi dormienti. In
realtà erano proprio i fondi a mancare nelle casse, non l'energia, la voglia di
lavorare, la capacità attiva del popolo.
Schacht conosceva bene la frode fondamentale su cui
si basa il sistema del credito e i lucri che derivano
dall'abuso della fiducia dei risparmiatori, che col loro lavoro riempiono di
vero denaro i conti di denaro vuoto, contabile, che la banca crea ex-nihilo. E
sapeva che la
prosperità della finanza internazionale dipende
dall'emissione di prestiti con elevato interesse a nazioni in difficoltà
economica.
Un economista
britannico, C.W. Guillebaud,
ha espresso con altre parole lo stesso concetto: "nel
Terzo Reich, all' origine, gli ordinativi dello Stato
forniscono la domanda di lavoro, nel momento in cui la domanda effettiva è
quasi paralizzata e il risparmio è inesistente; la Reichsbank
fornisce i fondi necessari agli investimenti [con gli effetti MEFO, che sono pseudo-capitale]; l'investimento rimette al lavoro i
disoccupati; il lavoro crea dei redditi, e poi dei risparmi, grazie ai quali il
debito a breve termine precedentemente creato può essere finanziato [ci si
possono pagare gli interessi] e in qualche misura rimborsato".
Così Hitler
raggiunse il
suo scopo primario: il riassorbimento della disoccupazione e la crescita dei
salari del popolo tedesco senza alimentare l’inflazione. I risultati sono,
dietro le fredde cifre, spettacolari per ampiezza e rapidità. Nel gennaio 1933,
quando Hitler sale al potere, i disoccupati sono 6 milioni e passa. A gennaio 1934,
sono calati a 3,7 milioni. A giugno, sono ormai 2,5 milioni. Nel 1936 calano
ancora, a 1,6 milioni. Nel 1938 non sono più di 400 mila. E
non sono le industrie d'armamento ad assorbire la manodopera. Fra il 1933 e il
1936, è l'edilizia grazie ai grandi progetti sui lavori pubblici, inclusa la
costruzione della rete autostradale, ad impiegarne di più (più 209%), seguita
dall'industria dell'automobile (+ 117%) e dalla metallurgia (+83%).
Articolo rielaborato da http://www.stormfront.org/forum/t753500/
NOTA – Naturalmente non condivido l’ispirazione
ideologica di questo sito e ritengo il nazismo una ideologia
criminale. L’intento del mio articolo è quello di mettere in
evidenza la politica economica e monetaria seguita dalla Germania di Hitler per risollevare un Paese allo stremo. Una politica
che, con i dovuti accorgimenti, potrebbe essere riproposta
nell’Europa di oggi dove la disoccupazione ha raggiunto livelli inaccettabili.
Stefano Sylos Labini