La green economy:
un’ opportunità di crescita sostenibile
(Stefano Sylos Labini)
Per uscire dalla recessione l’Unione
Europea ha deciso di intraprendere una strada molto contraddittoria: rilanciare
la crescita dell’economia e dell’occupazione risanando i conti pubblici.
Se, però, si taglia la spesa pubblica
senza che vi sia un progetto di sviluppo, si penalizzeranno in primo luogo le
aree periferiche dell’Europa, che hanno un settore
privato molto debole e dipendono in modo preminente dal settore pubblico.
In un paese come l’Italia, i tagli alla
spesa pubblica faranno aumentare ancora di più il divario tra Nord e Sud e
daranno una spinta ulteriore alla linea secessionista
della Lega Nord.
Per questi motivi qui in Italia è assolutamente
necessario ideare un progetto di sviluppo di ampio
respiro che abbia come priorità il potenziamento della base produttiva privata
meridionale e che possa essere esteso sull’intero territorio nazionale.
Solo rilanciando la crescita e creando
nuovi posti di lavoro nel settore privato sarà possibile risanare il bilancio
pubblico, ridurre i trasferimenti fiscali dal Nord al Sud e si potrà arginare l’influenza della
criminalizzata organizzata.
Oggi, considerando gli elevati tassi di
crescita produttivi, occupazionali e finanziari che si stanno registrando a
livello globale, il progetto su cui puntare potrebbe
essere quello incentrato sulla riconversione energetica e ambientale
dell’economia – la green economy.
In
primo luogo, il potenziamento del settore che produce le nuove
tecnologie per le fonti rinnovabili e per l’efficienza energetica oltre a
generare reddito e occupazione, può
permettere di ridurre sia le importazioni di combustibili fossili sia le
importazioni di tecnologie estere.
Tale espansione deve
essere affiancata da una riconversione industriale volta a ridurre le
emissioni inquinanti e la produzione di rifiuti, ad usare in modo più
efficiente energia, acqua, materie prime e prodotti intermedi, ad utilizzare
materiali a minore impatto ambientale e a riciclare gli scarti della
lavorazione.
A sua volta, la riconversione della
produzione va associata con la definizione di standard di qualità dei prodotti
in cui siano considerati tutti i passaggi del processo
produttivo, dalla progettazione allo smontaggio del prodotto giunto alla fine
del suo ciclo di vita.
Ed è urgente puntare sulla raccolta differenziata e sviluppare l’impiantistica per la selezione,
il trattamento e il riciclaggio dei rifiuti. Anche nel
settore dei trasporti e nell’edilizia possono essere attivati importanti
interventi sia per potenziare il trasporto su ferrovia e via mare e l’impiego
di mezzi pubblici a basso impatto ambientale nelle aree urbane sia per
promuovere la ristrutturazione energetica degli edifici.
Tra i nuovi prodotti,
sono particolarmente interessanti i materiali biodegradabili e le bioplastiche in sostituzione dei prodotti chimici e delle
materie plastiche; i nuovi veicoli ibridi ed elettrici; i prodotti dell’agricoltura
biologica.
In sintesi, la green economy può avere degli sviluppi molto interessanti sia
per le innovazioni di prodotti esistenti e la diffusione di innovazioni
in settori maturi, sia per la progettazione di nuovi prodotti ad alto contenuto
di innovazione e quindi per la crescita di nuovi settori di attività, sia per
lo spostamento di settori tradizionali verso nuove produzioni. In più, si può
attivare un processo di diffusione tecnologica che ben si adatta al tessuto
delle piccole e medie imprese.
La
riconversione energetica e ambientale dell’economia del nostro Paese richiede
una strategia industriale di ampio respiro, perché una
politica incentrata sugli incentivi alla domanda e incapace di aggredire la
debolezza tecnologica del sistema produttivo, se da un lato ha sostenuto
l’espansione delle fonti rinnovabili, dall’altro lato ha alimentato la
produzione dei paesi concorrenti, penalizzando l’occupazione e la bilancia
commerciale italiana. Per sostenere il rafforzamento dell’industria nazionale
vi sono diverse strade che andrebbero intraprese e cioè:
·
un più stretto
collegamento tra la ricerca e la produzione;
·
il coinvolgimento delle
grandi imprese energetiche nei programmi di
ricerca;
·
l’aggregazione
tra centri di ricerca e imprese, e la costituzione di consorzi
su progetti
pilota;
·
la messa a punto di un
sistema di incentivi fiscali e creditizi che colleghi
la
domanda con
la produzione di nuove tecnologie energetiche, impianti e
prodotti;
·
un piano di investimenti per ammodernare e per ampliare la rete di
trasmissione
e di distribuzione dell’elettricità.
In particolare, le
grandi imprese a partecipazione statale come ENI, ENEL, Terna e Ansaldo
Energia, a cui si aggiungono le aziende municipalizzate e le Ferrovie dello
Stato, hanno le capacità per lanciare dei grandi progetti di ricerca e per
realizzare investimenti consistenti, in grado di stimolare lo sviluppo delle
piccole e medie imprese. Perché il problema non è solo quello delle
risorse finanziarie, ma riguarda l’esistenza di imprese
in grado di proporre e di realizzare grandi progetti. Ed è noto che la rapida
industrializzazione del paese e la crescita delle imprese private degli anni
’50 e ’60 furono conseguite anche grazie
agli investimenti e all’azione trainante delle grandi imprese a
partecipazione statale.
L’Italia è estremamente favorita in questo
processo di riconversione energetica e ambientale dell’economia. In primo
luogo, ha una consistente dotazione di risorse naturali: vento, sole, energia
geotermica, biomasse, correnti marine, sono fonti
energetiche ampiamente disponibili su tutto il territorio nazionale. Poi si ha
la possibilità di realizzare notevoli miglioramenti per l’accoglienza sul
territorio e nel settore turistico del nostro paese. In più, per un’area in
ritardo di sviluppo come il Mezzogiorno, può essere un’ottima occasione per
entrare in nuovi settori emergenti caratterizzati da un notevole dinamismo
tecnologico e industriale, e per crescere in tutta una serie di produzioni che
hanno un alto contenuto di ricerca e di innovazione.
Infine, si ha l’opportunità di realizzare una ristrutturazione energetica del
patrimonio edilizio e non va dimenticato che si tratta di settori ad alta
intensità di lavoro che possono trainare la crescita
dell’occupazione, che gli investimenti non sono troppo onerosi e hanno tempi di
ritorno contenuti, che si avrebbe la possibilità di produrre energia in modo
decentrato sul territorio e di attivare un processo di diffusione delle
tecnologie e degli impianti che ben si adatta al nostro tessuto di piccole e
medie imprese.