Le energie alternative e la riconversione ecologica dell’economia
Stefano Sylos Labini
Il referendum sull’energia nucleare è stato preceduto da due eventi che ci hanno ricordato la centralità dell’energia nella nostra vita economica, politica e sociale: lo tsunami dell’11 marzo 2011 lungo la costa pacifica del Giappone, che ha provocato uno dei più grandi disastri nucleari di tutti i tempi presso la centrale di Fukushima, e la guerra in Libia, un paese che possiede immense riserve di gas e petrolio.
Dunque, il disastro nucleare in Giappone e la guerra in Libia ci hanno fatto capire che l’opzione nucleare comporta grossi rischi e non è praticabile, e che l’Italia deve assolutamente perseguire delle politiche per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili d’importazione che oggi coprono l’85% dei consumi totali di energia primaria. Queste importazioni, oltre a minare la sicurezza energetica del nostro paese, determinano ogni anno deflussi di capitali compresi tra 40 a 60 miliardi di euro con un impatto molto pesante sulla bilancia commerciale. In più l’utilizzo dei combustibili fossili produce notevoli quantità di anidride carbonica che provocano l’effetto serra e fanno accelerare i cambiamenti del clima del pianeta.
Per questo la necessità di puntare su un’economia meno dipendente dai combustibili fossili e a piú basso impatto ambientale deve rappresentare un obiettivo strategico a livello globale. Ma, come ha scritto anche Giovanni Sartori[1], “Il mercato non ci salverà”, vale a dire che sarà necessario un maggiore intervento dello Stato perché le grandi imprese petrolifere, elettriche, chimiche e automobilistiche in questo momento hanno uno scarsissimo interesse a trainare la riconversione energetica e ambientale del sistema di produzione e di consumo. Questo spiega perché i governi dei maggiori paesi industrializzati come gli Stati Uniti, la Cina e l’Unione Europea stiano intervenendo in modo massiccio. Negli Stati Uniti l’amministrazione Obama ha stanziato 112 miliardi di dollari nei settori delle energie alternative, dell’efficienza energetica e della modernizzazione della rete di trasmissione dell’elettricità con l’obiettivo di ridurre la dipendenza del paese dalle importazioni di petrolio, di abbattere le emissioni di anidride carbonica e di creare sviluppo e occupazione. La Cina ha deciso di puntare sulla green economy per contenere i gravissimi fenomeni di inquinamento che la affliggono, investendo 221 miliardi di dollari tra il 2009 e il 2010 e dimostrando che l’economia verde è al tempo stesso un’opportunità e una necessità per un paese ad alto tasso di crescita. In Europa si è intervenuti dapprima con il Protocollo di Kyoto, che rappresenta un esempio di intervento pubblico attraverso la regolamentazione, e poi attraverso la definizione della direttiva 20-20-20 che per l’Italia prevede il raggiungimento entro il 2020 di una quota di energia rinnovabile pari al 17% del totale dei consumi di energia primaria, una riduzione delle emissioni di anidride carbonica del 20% e un aumento del risparmio/efficienza energetica del 20%.
L’Italia è estremamente favorita in questo processo di riconversione energetica e ambientale dell’economia. In primo luogo, ha una consistente dotazione di risorse naturali: vento, sole, energia geotermica, biomasse, correnti marine, sono fonti energetiche ampiamente disponibili su tutto il territorio nazionale. Poi si ha la possibilità di realizzare notevoli miglioramenti per l’accoglienza sul territorio e nel settore turistico del nostro paese. In piú, per un’area in ritardo di sviluppo come il Mezzogiorno, può essere un’ottima occasione per entrare in nuovi settori emergenti caratterizzati da un notevole dinamismo tecnologico e industriale, e per crescere in tutta una serie di produzioni che hanno un alto contenuto di ricerca e di innovazione.
Infine, si ha l’opportunità di realizzare una ristrutturazione energetica del patrimonio edilizio e non va dimenticato che si tratta di settori ad alta intensità di lavoro che possono trainare la crescita dell’occupazione, che gli investimenti non sono troppo onerosi e hanno tempi di ritorno contenuti, che si avrebbe la possibilità di produrre energia in modo decentrato sul territorio e di attivare un processo di diffusione delle tecnologie e degli impianti che ben si adatta al nostro tessuto di piccole e medie imprese.
La riconversione energetica e ambientale dell’economia del nostro paese richiede una strategia industriale di ampio respiro, perché una politica incentrata sugli incentivi alla domanda e incapace di aggredire la debolezza tecnologica del sistema produttivo, se da un lato ha sostenuto l’espansione di elettricità da fonti rinnovabili, dall’altro lato ha alimentato la produzione dei paesi concorrenti, penalizzando l’occupazione e la bilancia commerciale italiana. Per sostenere il rafforzamento dell’industria nazionale vi sono diverse strade che andrebbero intraprese e cioè:
· un più stretto collegamento tra la ricerca e la produzione;
· il coinvolgimento delle grandi imprese energetiche nei programmi di ricerca;
· l’aggregazione tra centri di ricerca e imprese, e la costituzione di consorzi su progetti pilota;
· la messa a punto di un sistema di incentivi fiscali e creditizi che colleghi la domanda con la produzione di nuove tecnologie energetiche, impianti e prodotti;
· un piano di investimenti per ammodernare e per ampliare la rete di trasmissione e di distribuzione dell’elettricità.
In particolare, le grandi imprese a partecipazione statale come ENI, ENEL, Terna e Ansaldo Energia, a cui si aggiungono le aziende municipalizzate e le Ferrovie dello Stato, hanno le capacità per lanciare dei grandi progetti di ricerca e per realizzare investimenti consistenti, in grado di stimolare lo sviluppo delle piccole e medie imprese. Perché il problema non è solo quello delle risorse finanziarie, ma riguarda l’esistenza di imprese in grado di proporre e di realizzare grandi progetti.
In conclusione, i settori delle energie rinnovabili e dell’efficienza energetica e, piú in generale, la riconversione energetica e ambientale dell’economia, rappresentano una grande opportunità in quanto possono permettere di coniugare la crescita dell’economia e dell’occupazione con la salvaguardia dell’ambiente e la valorizzazione del patrimonio artistico del nostro paese.
Il
referendum contro l'energia nucleare costituisce un passo importante per
procedere in questa direzione poiché l’energia nucleare ha un forte impatto
ambientale e può sottrarre risorse finanziarie e tecnologiche ai nuovi settori
della green economy che in questo
momento rappresentano l’opportunità più concreta su
cui puntare. Le dichiarazioni di Berlusconi sulla
necessità di una moratoria per evitare il referendum del 12 e 13 giugno avevano
spinto l'opposizione e gli ambientalisti a rivolgersi alla Corte di Cassazione
affinché decidesse di mantenere il quesito sul nucleare. E il primo giugno la
Corte di Cassazione ha accolto le ragioni avanzate in un ricorso presentato
dall'Italia dei Valori e sostenuto anche dal Pd e dal
Wwf . Quindi la richiesta di abrogazione dell’energia nucleare rimane la stessa, ma
invece di applicarsi alla precedente legge si applicherà alle nuove norme sulla produzione di energia
nucleare varate dal governo di centrodestra con il decreto legge omnibus del
maggio 2011 (art. 5 commi 1 e 8).
Si tratta di una decisione importante
ed è auspicabile che i cittadini partecipino al voto in modo massiccio per
bloccare un’opzione energetica che oggi in Italia non
è ne’ conveniente e ne’ praticabile.
[1] G. Sartori, “Il mercato non ci salverà. La difesa dell’ambiente e il caso del petrolio”, Corriere della Sera, 3 settembre 2005.