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Molti dicono che le partecipazioni statali hanno alimentato la corruzione e, dalla seconda metà degli anni ’70, sono diventate sempre più inefficienti e antieconomiche. Questo in parte è vero, ma perché è successo ? In primo luogo perché l’Italia è stata terreno di scontro tra il comunismo e l’anticomunismo e la lotta per fermare il comunismo è stata combattuta senza esclusione di colpi ed ha richiesto grosse quantità di soldi che provenivano anche da imprese pubbliche gestite in modo “politico”. Poi negli anni ’80 il sistema è degenerato e qui sta una delle colpe maggiori di Craxi e del sistema di potere democristiano: non solo aver fatto lievitare il debito pubblico, ma aver devastato le aziende pubbliche con la corruzione ed aver distrutto la credibilità di queste aziende. Tutto questo ha fatto si che ciò che era pubblico venisse considerato negativo e ciò che era privato fosse positivo: abbiamo visto poi come è andata a finire con la privatizzazione della Telecom.

 

Un’altra cosa che è stata detta è che negli anni ’60 e negli anni ’70 le grandi imprese a partecipazione statale fecero degli investimenti in settori che poi entrarono in declino. Anche questo è vero, ma all’epoca tutti ritenevano che quei settori fossero destinati a crescere come oggi lo sono quei settori della cosiddetta “green economy”. Sicuramente si poteva fare meglio, ma se guardiamo a ciò che hanno fatto i privati non dobbiamo essere così soddisfatti: negli anni ‘60 quando l'Italia era il primo paese europeo nel nucleare, gli industriali non seguirono la strada tracciata da Felice Ippolito e Enrico Mattei, poi abbiamo perso l’informatica dove primeggiavamo con l’Olivetti, abbiamo perso la farmaceutica dove vi era la Montedison, non siamo entrati nell’elettronica di consumo e oggi ci ritroviamo con una specializzazione produttiva che è molto debole nell’alta tecnologia e nei settori ad intensità di conoscenza.

 

Stefano Sylos Labini

 

5 aprile 2011