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di Joseph Halevi.

La prima volta che incontrai Valentino Parlato avevo appena 19 anni: deve essere stato nell’autunno-inverno del 1965, allorché la sezione del PCI del quartiere Salario a Roma, cui ero iscritto, organizzò una serie di interventi e dibattiti in vista dell’XI Congresso nazionale, che infatti si tenne alla fine del mese di gennaio del 1966. Ci fu una conferenza di Rossana Rossanda, il cui tema non ricordo, una di Lucio Magri sulle dottrine economiche e una di Valentino Parlato che parlò del capitalismo contemporaneo menzionando a lungo l’approccio di Paolo Sylos Labini riguardo la questione dell’oligopolio. La chiarezza di Valentino mi rimase impressa a tal punto che pochi anni dopo, nel 1968, quando iniziai una collaborazione con Mondo Nuovo, il settimanale del PSIUP, lo andai a trovare più di una volta a Rinascita per farmi dare dei consigli su come affrontare i temi economici. Assieme all’assai più anziano Ruggero Amaduzzi – un grande e schivo intellettuale normalista modenese che lavorava come economista alla Lega delle Cooperative – Valentino Parlato fu, a sua insaputa, un mio mentore nella fase di avvicinamento allo studio accademico dell’economia. Poi intervenne la vicenda del Manifesto ed io – essendo allora fedele al PCI e soprattutto all’URSS come il carabiniere lo è all’Arma – non lo cercai più. Più tardi, nel 1975, lasciai l’Italia, prima verso gli USA e infine emigrando in Australia, aumentando il distacco.

Oltre vent’anni dopo le mie visite a Rinascita accadde l’89, la fine dei paesi dell’est e si parlava della ‘cosa’ che presagiva lo scioglimento del PCI. Quando crollarono i paesi socialisti mi dissi “ma quelli del Manifesto avevano ragione a sostenere che si sarebbe andati a sbattere contro un muro”. Mi proposi subito di andare a trovare Valentino Parlato, solo e soltanto Valentino. Pertanto nel gennaio del 1990 partii da Sydney per parlargli e dirgli “dato che avete visto giusto, vorrei collaborare con voi per continuare a fare il comunista”. Quando mi presentai alla sede di Via Tomacelli egli, pur non dicendomelo, non mi riconobbe e mi indirizzò verso Guido Moltedo che – preoccupato dal fatto che fossi un universitario, quindi potenzialmente logorroico – prima di accettarmi mi fece un piccolo esame di giornalismo.

Così iniziò una collaborazione col Manifesto durata oltre 22 anni durante i quali mi legai moltissimo a Valentino. Bisogna saper riconoscere i maestri e fare, mentalmente, come in Giappone, cioè camminare al lato del maestro ma a tre passi indietro in segno di rispetto. Valentino era un maestro; nel modo come concepiva il giornalismo, sempre pensato e mai intellettualistico, nella sua capacità di non perdersi nel politicismo sebbene si muovesse da mane a sera per tenere a galla il giornale contattando persone e organismi. Ma soprattutto era un grande maestro di umanità che si fondeva con la sua facoltà, veramente unica, di portare la storia, nelle sue sfaccettature umane oltre che politiche, nel presente, perfino nelle situazioni apparentemente più contingenti. Ricordo che durante una delle mie visite a Rinascita ormai mezzo secolo fa, mi disse che la dimensione pratica dell’economia se l’era costruita sulla base dell’esigenza di conoscere come stesse realmente la gente: quanti bambini e persone delle campagne meridionali avevano le scarpe? quante erano le case con i gabinetti? e così via. Il tutto in contemporanea con la cura dell’edizione italiana della bozza della Ricchezza delle nazioni di Adam Smith.

In uno di quei momenti che toccano a tutti noi, io stesso venni avvolto dalla profonda umanità di Valentino Parlato. Alla morte di mio padre a Parigi nell’estate del 1993, ero al giornale quando mi diedero la notizia, se non sbaglio proprio nella stanza di Valentino con Valentino. Non so se quell’anno, il 1993, ne fosse il direttore. Lasciò tutto e mi disse «andiamo a prendere qualcosa», poi mi comprò un libro di letteratura, infine andammo a spasso verso Piazza di Spagna, poi un gelato. Stette con me tutto il pomeriggio, mi aveva detto di partire il giorno dopo, non subito. Mi parlò della sua vita e fece di tutto per alleggerire la pesantezza senza minimizzare niente. Se c’è stato un giorno in cui ho sentito solidarietà e calore in forma diretta, fu proprio quel giorno lì.

Quando persone come Valentino ci lasciano per non ritornare più la tristezza diventa grande, l’affetto che teniamo dentro si trasforma in lacrime e la loro scomparsa viene percepita come prematura indipendetemente dall’età. Per me lo fu nel 2005 nei confronti di Paolo Sylos Labini e lo è adesso per Valentino Parlato.

 

(Pubblicato su Ytali)

 

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