Ancora una volta in una zona classificata a “bassa sismicità” si è verificato un terremoto di intensità medio-forte (Ms = 5,9).  Il terremoto è localizzato  25 km a Nord–Est di Modena, nella Pianura Padana,  ed è associato a strutture di compressione (faglie inverse) che non affiorano in superficie in quanto sono ricoperte da notevoli spessori di depositi alluvionali recenti.

In uno studio eseguito con le fotografie aeree nel 1988, Noboru Chida e Stefano Sylos Labini avevano realizzato delle mappe lungo il fronte dell’Appennino (in particolare, nella zona compresa tra Scandiano, Sassuolo e Maranello che si trova a circa 40 km a Sud-Ovest dall’epicentro) in cui erano state cartografate diverse scarpate di faglia che dislocavano depositi quaternari. In letteratura è noto che le dislocazioni morfologiche visibili da foto aerea  sono associate a terremoti di magnitudo maggiore di 6,5 gradi della scala Richter (1) e sono determinate dalla rottura di faglie di lunghezza non inferiore ai 15/20 km.

Dunque, la presenza di scarpate di faglia in depositi quaternari indicava senza ombra di dubbio che il fronte dell’Appennino è un’area in cui si potevano verificare terremoti distruttivi in grado di produrre  dislocazioni morfologiche consistenti. E la sequenza sismica ha avuto luogo in una zona non così lontana  dalle faglie quaternarie che affiorano in superficie e dove vi sono  strutture di compressione sepolte. In più, sono presenti depositi di sabbia e limo imbevuti di acqua che si sono liquefatti accentuando a dismisura gli effetti del terremoto.

Per concludere, lo studio menzionato indicava che la zona era da considerare ad elevata sismicità e pertanto gli edifici  dovevano essere costruiti con criteri rigorosamente antisismici.

(1) Il terremoto de L’Aquila del 6 aprile 2009 di Ms = 6,3 ha prodotto delle dislocazioni del terreno inferiori al metro che non sono visibili da foto aerea.