Il destino delle banche dipende in primo luogo dallo sviluppo dell’economia del paese di origine. Per questo l’ex numero 1 di Unicredit è arrivato alla resa dei conti con la filosofia che espose in modo molto chiaro in un’intervista al Corriere della Sera del 4 dicembre 2006 quando disse: “Alle banche non spetta il compito dello sviluppo del Paese. Il nostro dovere è quello di creare valore per gli azionisti”. La strategia espansionista di Profumo si è dimostrata vincente durante la fase di crescita del 2003-2007, ma ha  portato Unicredit a trovarsi completamente impreparata quando è scoppiata la crisi finanziaria del settembre 2008. Da quel momento Unicredit, oltre ad aver registrato un tracollo dei profitti e delle quotazioni azionarie, è stata costretta a varare due aumenti di capitale. In questo quadro la posizione di Profumo si è indebolita sempre di più fino all’epilogo della sera del 22 settembre quando è stato sfiduciato dalla maggioranza del Consiglio di Amministrazione. Dunque, la vicenda dell’Unicredit può dare degli utili insegnamenti sul ruolo delle banche che non devono ritornare sotto il controllo discrezionale della politica, ma si devono assumere le loro responsabilità in un nuovo patto sociale con le imprese e con i sindacati (segue qui…).