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di Sergio Ferrari

In Parlamento si è svolta la presentazione del documento in materia di politica energetica che dovrebbe concorrere, nella migliore delle ipotesi, alla formulazione di quel Piano energetico promesso da parte del Ministro dello Sviluppo e del Ministro dell’Ambiente. La battuta relativa alla “migliore delle ipotesi” vorrebbe sintetizzare una indicazione in positivo rispetto ad un metodo di elaborazione di quel Piano come espressione di una partecipazione diffusa e aperta alle competenze e alle espressioni politiche e sociali del paese. Ma questa dimensione “collettiva” non esaurisce, come si esporrà nel seguito, quella relativa alle questioni da affrontare. 

Ad esempio il documento della CGIL in proposito si pone nella suddetta dimensione “collettiva” e con la pretesa – positiva – di ricordare che “…il paese permane in uno stato di bassa crescita economica…… e nel quale resta prioritaria l’attuazione di politiche per uno sviluppo sostenibile, in linea con gli accordi di Parigi del  2015,  ma anche per contribuire a una nuova fase di sviluppo della economia nazionale.”

Se non che questa dimensione economica nel Doc. della CGIL, resta del tutto sulla carta essendo prevalente l’obiettivo del vincolo ambientale così come indicato in sede europea e internazionale. Ma, pur assumendo questo vincolo, il suo perseguimento non è ovviamente unidirezionale e può essere articolato in funzione, tra l’altro, delle specificità nazionali. L’ovvietà di questa osservazione implica la necessità di valutare quell’obiettivo ambientale con quelli che sono gli specifici problemi economico-sociali del paese. A questo punto, tuttavia, il documento dei due Ministri – e della CGIL –  si ferma, nel senso che le implicazioni e le scelte dirette e indirette di una politica energetico-ambientale per il nostro paese sono, in buona misura, rinviate.

La questione, peraltro, resta del tutto rilevante dal momento che proprio nel nostro paese gli obiettivi ambientali potrebbero trovare nelle politiche industriali delle ulteriori motivazioni. A questo proposito dovrebbe essere sufficiente ricordare che il bilancio degli scambi commerciali in materia di prodotti energetici per l’Italia registra un deficit di oltre 50 miliardi di euro all’anno, con punte anche molto superiori in corrispondenza delle variazioni internazionali dei prezzi dei prodotti petroliferi, e che vanno a gravare sulla crescita del nostro debito.  L’assunzione degli obiettivi ambientali  deve, dunque, implicare il parallelo obiettivo della riduzione di questi oneri e non si vede perché questa coincidenza non debba costituire una aspetto centrale delle nostre politiche energetiche. Oltre a tutto i vantaggi non sarebbero solo quelli relativi agli andamenti della nostra bilancia commerciale, dal momento che esistono vantaggi di altra natura e, in particolare, in materia di lavoro e di lavoro qualificato, derivanti dalla necessità di sostituire progressivamente la realizzazione di impianti tradizionali con la messa in opera di un sistema produttivo alternativo basato non sull’acquisto di kwh ma sulla capacità tecnologica di produrre impianti per la produzione di energia da fonti energetiche rinnovabili. Impianti tutt’ora soggetti a forti processi di miglioramento tecnologico-economico. E poichè è ovvio che una strategia energetica debba avere delle prospettive temporali ampie, questa dimensione s’incrocia con le alternative tecnologiche variamente esistenti e con le capacità di affrontarle. E’ una capacità che si presenta nel nostro paese con grandi debolezze dal momento che il settore privato tende a non competere sulle dimensioni tecnologiche e le strutture pubbliche di ricerca hanno sì sviluppato in questo campo delle buone capacità, ma da anni sono tenute ai margini o peggio. 

Già in altre occasioni c’è stata la possibilità di segnale la “stranezza” di un paese, come il nostro, che a fronte delle esistenti capacità scientifico-tecnologiche, aveva affrontato la transizione verso le fonti energetiche alternative – incominciando dalla fonte fotovoltaica – con dei forti incentivi, non per la realizzazione delle corrispondenti nuove tecnologie ma per la produzione di kwh da fonti rinnovabili, evidentemente con impianti comprati all’estero. Tali acquisti sono stati, inoltre, “sussidiati” con contributi pari nel 2014 a 12,366 milioni di euro. Dal momento che quelle agevolazioni venivano caricate sulle bollette pagate dai vari utenti, a danno di mancato sviluppo nazionale, si aggiungeva la beffa di accrescere i costi dell’energia elettrica già- oltre a tutto – tra i più elevati a livello comunitario.

Come è stato evidenziato varie volte (vedi, da ultimo G. Ragazzi e F. Ramella: “Primi nelle energie rinnovabili . Ma a che prezzo?”)  si tratta “ del punto di arrivo di una combinazione di interessi di bottega, di ideologie astratte e, sopra tutto, di malgoverno”.

La sostituzione di un sistema tradizionale di generazione di energia elettrica con uno basato su tecnologie differenti è certamente una operazione possibile ma aperta a soluzioni variamente costose e, dati i precedenti, una componente del nuovo Piano Energetico dovrebbe essere rappresentata da una cabina di analisi, valutazione e controllo proprio in questo campo.   

Se il prossimo documento del Governo in materia di politica energetica dovesse prolungare questa scandalosa situazione o rinviare ulteriormente la dimensione tecnologico-industriale-occupazionale di tale politica,  sarà difficile elaborare posizioni di sostanziale sostegno e sarebbe, quindi, opportuno provvedere per tempo a una politica alternativa.  La questione che deve essere affrontata da un Piano Energetico Nazionale non è solo quella della sostituzione del carbone e del petrolio, ma piuttosto quella di concorrere ad una diversa ripresa dello sviluppo sociale, produttivo ed ambientale. Un obiettivo del tutto perseguibile e raggiungibile.

Come si pone  la bozza presentata del Governo in materia di Energia rispetto a questa dimensione evidentemente macroeconomica?. Qui emerge una debolezza che rileva  un approccio da parte degli autori molto prossimo alle dimensioni microeconomiche. Non che le due prospettive debbano essere necessariamente alternative, ma trascurare questa dimensione macro della politica economica nazionale deve essere ovviamente evitato, anche sapendo che su questa prospettiva da parte dell’UE non potranno venire indicazioni in positivo dal momento che la Nuova Europa ancora non c’è. D’altra parte questa dimensione macro è a carico del Governo, che ha tra i traguardi proprio la qualità del nostro sviluppo, che come è ovvio, non si esaurisce nella dimensione ambientale, “coperta”, peraltro, dalla stessa Unione.

 

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