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1. Se c’è un periodo in cui gli economisti dovrebbero, non dico tacere, ma fare professione di umiltà, questo è l’attuale. Non perché non hanno previsto “questa” crisi, ma perché hanno seguito linee di sviluppo teorico, che hanno fatto dimenticare ai loro utilizzatori – soprattutto i governanti, ma anche i cittadini – non solo “la possibilità” della crisi, ma anche l’“inevitabile ricorrenza” delle crisi economiche di ogni società di mercato, e dei relativi costi per i “poveri diavoli”. Impegnati nella costruzione di modelletti capaci di spiegare, piú o meno convincentemente, aspetti particolari della realtà – scissi, beninteso dalla totalità sociale mediante ipotesi semplificatrici, esplicite e implicite – hanno rimosso, e fatto rimuovere ai loro utilizzatori, il problema del funzionamento complessivo del capitalismo attuale. La natura instabile del sistema capitalistico, seppure documentata da secoli di fluttuazioni economiche e argomentata da migliaia di studiosi, è finita cosí nel dimenticatoio. Fino a poco piú di un anno fa, sembrava che lo sviluppo, la prosperità – il progresso, secondo alcuni – non dovessero, ormai, finire piú. Erano previsti, certo, rallentamenti e “bolle speculative” – inezie sulla via del progresso – ma nei fatti, il grosso degli economisti, al seguito di un’invisibile leadership ideologica, scriveva ed operava come se ci attendessero le leopardiane «magnifiche sorti e progressive».

2. Una crisi piú seria delle fluttuazioni ricorrenti, in preparazione da anni, come abbiamo capito dopo, è finalmente scoppiata in mano ai politici come una granata, fra l’ammutolito stupore dei loro consiglieri economici, spesso premi Nobel della materia. Bella occasione, si osserverà, per tornare, settant’anni dopo la Teoria Generale di Keynes, a parlare dell’instabilità strutturale e di altri difettucci del capitalismo. Ma tale è, attualmente, nel campo degli studi economici, l’egemonia culturale dei «fondamentalisti del mercato» e dei «modellisti disimpegnati» che un simile riesame non pare alle viste. Sciagurata alleanza questa, che ha contribuito anche a prevenire un’insurrezione delle vittime proporzionata all’evento.

3. Eppure i termini del problema sono chiari: il dominio “scientifico” delle due scuole, i neoclassici mainstream e i modellisti uncommitted è talmente schiacciante, a livello professionale – dove controlla le riviste che somministrano dosi di impact factor, cioè punti per la carriera – da indurre molti giovani che aspirano a restare nella ricerca, a conformarsi al clima prevalente, evitando accuratamente interrogativi “metafisici” come, poniamo, i rapporti fra economia ed etica. Temi, questi, che vengono lasciati a simpatici mattacchioni, elogiati, magari, in pubblico, ma “segati” implacabilmente nei concorsi.

Disinnescando la critica sociale, messa in crisi d’altronde dal fallimento dell’alternativa sovietica e dal pentimento di massa dei suoi corifei, l’analisi economica egemone, ha dunque contribuito al ritardo con cui il mondo ha avvertito il pericolo di un bis del 1929. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, il prestigio e l’influenza dl marxismo e sraffismo, che avevano contrastato – per la verità con scarso successo pratico – la già iniziata deriva liberistica, hanno subito un colpo durissimo e sono ormai, da anni, sulla difensiva.

4. Alcuni amici ritengono che, liberandosi dalla metafisica del valore e dalla magnifica illusione dell’equilibrio economico generale, la teoria economica abbia debellato ogni connotazione apologetica dell’esistente. Io non ci credo; anzi, al contrario, credo che il primo effetto dell’avere squalificato la ricerca di un’interpretazione sintetica, che tenga insieme – anche a costo di nessi dubbi, ovviamente da discutere – i diversi aspetti del problema della vita sociale, sia un passo indietro, molto gradito a chi in questo sistema ci sguazza e non ama, quindi, «approfondimenti filosofici» che potrebbero portare chissà dove.

Questo non significa – tengo a precisarlo – che i nuovi orientamenti dell’analisi economica non gettino luce su aspetti particolari, anche importanti, della realtà, né che non ne possano scaturire, in futuro, sviluppi teorici, anche – perché no? – di ordine generale.

5. Ebbene, io credo proprio che un ripensamento a 180 gradi degli studi sulla società, in primo luogo economici, sia il compito che le immense sofferenze della crisi attuale – che si rimangiano decenni di crescita – assegnano agli studiosi della società.

Credo che sarebbe opportuno tornare alla lettera che alcuni economisti indirizzarono il 30 settembre 1988, al direttore del quotidiano «la Repubblica» per meditarne alcune espressioni: 1) «I maestri che illustrarono in passato questo ramo di studi si dedicarono ai grandi problemi della società in cui vivevano e dettero ai loro insegnamenti un contenuto e una forma tali da offrire lumi per la coscienza civile e l’azione politica». 2) «Una frazione crescente di coloro che si presentano come economisti tende a trascurare l’oggetto sociale della disciplina per concentrare tutto il proprio interesse, nello studio di strumenti analitici sempre piú raffinati».

La lettera chiudeva con un appello ai «giovani maestri» a «esercitare ogni cura per trasmettere loro [ai piú giovani, cioè] una visione dell’economia politica, come disciplina che ha contenuti e responsabilità sociali». Questo consigliavano maestri della nostra disciplina come Paolo Sylos Labini, Siro Lombardini e Giorgio Fuà. Se il loro consiglio, e quello, parallelo, di Federico Caffè e di tanti altri economisti critici, fosse stato seguito, in Italia e altrove, forse le cose sarebbero andate diversamente.

5.Un punto che dovrebbe far riflettere è la stranezza di una scienza sociale che, nella ricerca della spiegazione dei fatti sociali – legati, com’è noto, da stretto consensus – pretende d’isolarsi dalle altre scienze sociali, antropologia, sociologia, urbanistica, e cosí via, col pretesto – tale è, per me – di salvarsi dall’infezione dei concetti soft o fuzzy (l’inglese, in economia, ormai, è di rigore) che, nel tentativo di spiegare la complessità e il cambiamento, dilagherebbero in quelle «scienze morbide». Tornata al metodo ipotetico-deduttivo che fu già, all’inizio della sua storia, di Ricardo (l’altro, non il portiere della nazionale di calcio portoghese!), la scienza economica, crescerebbe ormai principalmente, per risoluzione di quiz che scaturiscono dal suo interno.

Qualche critico impietoso parla di autismo, io non arrivo a tanto, ma confesso che un po’ mi imbarazza colloquiare con colleghi che paion convinti che il «nitore della concettualizzazione» e il «rigore della matematica», siano garanzie sufficienti contro le infiltrazioni ideologiche. Non solo non credo che sia cosí, ma credo, al contrario, che proprio quell’atteggiamento sia fonte di infiltrazioni ideologiche, come spiega chiaramente un grande economista matematico – non un “matematico economista”! – come Nicholas Georgescu Roegen. Questo non significa, ripeto, negare alla modellistica imperversante ogni utilità, ma… ne supra crepidam sutor.

E chiudo, ribadendo due concetti: a) l’egemonia accademica degli “adoratori del mercato” e dei “modellisti disimpegnati” contribuisce molto a diminuire la vigilanza nei confronti della patologia del capitalismo; soprattutto dissuade dal ricercarne le radici sistemiche; b) quell’atteggiamento metodologico rende felice – vedi caso! – chi ha in mano il mestolo.

Il nostro ministro dell’Economia invita genericamente “gli economisti” a tacere, io direi che l’economista come tale non deve tacere – anzi! – ma è una certa genia di economisti, che – forse mal valutando il crollo del primo tentativo di socialismo – ha disinnescato la critica del capitalismo, che dovrebbe recitare il mea culpa. Troppo facile, voltar pagina!

 
 

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